venerdì 8 dicembre 2017

Le Confessioni del pastorello



La Magia delle Feste riserva sempre gradite sorprese.
No, non sto parlando dell’agendina in similpelle datata – ops! – 2013 che vi è giunta in dono impacchettata di fresco e spacciata spudoratamente per nuova.
E nemmeno dei cioccolatini, incarto purpureo e sfavillante, maraschino e ciliegie, che appena messi in bocca (siete impavidi eh?) vi frantumano un molare con il nocciolo duro, unico superstite perché il guscio di cioccolato si è estinto diversi Natali fa. E il liquore idem.
C’è qualcosa che va oltre tutto questo, a cui calza a pennello il cappello diabolico Creatività Festiva.
Ovvero l'incitamento subdolo di qualche folletto maligno che ci induce, oltre ad essere più buoni e grassi, anche diversamente artisti. Proprio noi, che manco una sorpresina Kinder sappiamo montare. Che piuttosto che fare un pacchetto da soli – ma sapete quanto è difficile andare dritti con la forbice senza decapitare  i babbi natale? – ci disponiamo in pazienti file indiane dietro i banchetti della Croce Rossa, tutti baldanzosi perché possiamo anche mettere un bel flag fatto alla buona azione natalizia.
E quindi accade che l'estro creativo/festivo improvvisamente ci acchiappi e inizi a guizzare come un salmone nella stagione degli amori. E subito ci ritroviamo connessi a quella fantasia a banda larga, ringalluzzita da qualche tutorial,  che ci insegnerà a sfornare doni amanuensi, freschi di giornata e colla vinilica.
Perché regalare libri, cofanetti benessere o diamanti quando possiamo costruire un regalo ad hoc? Signori e signore la personalizzazione è servita. A buon mercato oltretutto.
Ma non pensate male, adesso. Mica si fa per tirchieria. Si fa per immenso amore verso il prossimo.
Perché un pensiero realizzato con le proprie manine, non ha prezzo.
«Guarda, sto confezionando dei portagioie con i rotoli della carta da cesso? Non sono diviniiii
«Oh, vedessi meraviglie si possono fare  con le scatolette di tonno sgocciolate! I nipotini impazziranno!»
Siete atterriti ora? No, suvvia. Una speranza c'è. Può essere che voi siate creature predilette dal fato e la maledizione dei doni hand made non si abbatta su di voi. E che il massimo della creatività che vi arrivi sia una pioggia di banconote da cinquanta piegate in simpatici – e graditissimi – origami.
Ma non cantate vittoria troppo presto.
Per la legge del contrappasso potreste beccarvi un altro ceppo del virus creativo, che intanto prolifera senza scampo: recite, balletti e cori natalizi.
Perché è così che funziona: allo scoccare dell’Immacolata qualcuno, anche il più insospettabile – parente, amico o conoscente – verrà da voi e cercherà di trascinarvi in qualche cappella gelida a battere le mani a ritmo di gospel, fingendo entusiasmo per quei cori di visi pallidi che la nostalgia dei Neri per Caso vi viene davvero.
E poi c’è Lei, La Rappresentazione per antonomasia: Il Presepe Vivente.
Che la viviate, o l'abbiate già vissuta, da figli, genitori, nonni o nipoti in fondo lo sapete: comunque vada sarà una tragedia.
Riflettiamo un attimo sull'assegnazione dei ruoli.
Dunque, se sei un maschietto adolescente e ti tocca Gaspare, Melchiorre o Baldassarre ti è andata bene. Te la giochi con il fascino da Tuareg, e se hai una parrocchia con un buon ISEE ci scappano pure un paio di giri del quartiere sul cammello. Che baccagli da paura.
Se sei un genitore e devi impersonare Maria o Giuseppe, ti va di lusso: stai al caldo dentro la capanna, illuminato dalla cometa, adorato dall’arcangelo e dalla folla in visibilio. Devi solo spenderti un dieci euro in mentine per combattere l'alitosi di bue e asinello, e il resto è fatto.
C'è chi se la passa decisamente peggio.
I pastorelli per esempio. Può ferire lo so, ma devo dirvelo. I pastorelli sono un mero riempitivo.
Un po' come la paglia nei cesti di Natale.
Ma hanno un'importanza molto strategica. Il pastorello è spesso l'unica e ultima speranza a cui i genitori si abbarbicano per evitare l'accampamento culinario del parentado. L'agognato pass  verso il  Liberaci dalla vigilia e amen.
Se avete visto genitori in coda fuori dalle parrocchie dall’avvento in poi, sappiate che sono lì per chiedere una grazia. O quasi. E cioè che al loro piccino sia assegnata una parte nel presepe vivente. Una qualsiasi.
Per farlo sono disposti a tutto. Anche a vestire di una lupetto color cacca e uno smanicato in finto agnello il loro adorato primogenito.
«Eh, mi spiace, i ruoli sono già stati tutti assegnati.» tentenna imbarazzato il prelato a Genitore Disposto a Tutto
«Ma suvvia, Paolino è tanto carino. Non si può aggiungere un angioletto?»
«Un angioletto? Impossibile! Per i putti c'è una lista d'attesa fino al 2025.»
«Eh non so... un re magio che Paolino ama talmente tanto gli animali?», rilancia Genitore Crucciato.
«No, no quest'anno i cammelli li facciamo di cartone. C'è crisi.»
Ma Genitore non demorde, insiste. Lascia intendere che Paolino potrà essere concesso in comodato d'uso ai fini parrocchiali fino alla quaresima.
A quel punto il prelato riflette. La proposta è allettante. Non è che i chierichetti lì trovi così sugli alberi. Ultimamente sono più richiesti degli sviluppatori Java.
«Va be’, forse un posto per Paolino lo posso trovare. Ci sarebbe una parte da pastorello. Tanto, uno più, uno meno.»
E allora Genitore Felice parte in quarta, arraffa lo smartphone e un godimento paragonabile solo a quello di Sally a tavola con Harry a presentazioni già fatte con  manda la sua missiva via chat di gruppo Parenti in Festa: A causa di impegni pregressi non ci sarà possibile organizzare la consueta festa di natale per voi carissimi e amati zii, prozii, cugini e consanguinei annessi. Paolino è stato coinvolto nel presepe vivente. Farà il pastorello! Sarà per il prossimo anno. 
A cui segue il definitivo e liberatorio "La famiglia Rossi ha abbandonato".
Ma intanto le feste corrono ed eccoci giunti alla sera della Vigilia: Paolino, con il bastone della campagna del nonno, buonanima, trema al freddo e gelo accanto ad altri sciagurati come lui. Gli trotterellano intorno tre barboncini dal pelo cotonato più del solito, per tramutarli in ovini credibili. (come detto prima c'è crisi e anche le pecorelle sono sold out).
Decide che dovrà essere assolutamente più buono perché una sciagura del genere non si può spiegare. Spera almeno che Gesù Bambino apprezzi il sacrificio e sotto l'albero gli faccia trovare l'iPhone8.
Ma guardando mamma e papà si sente in colpa: dovrebbe  imparare a vivere come loro il Natale, con lo stesso spirito.
I genitori di Paolino, in effetti, la luce negli occhi ce l'hanno davvero. Quest'anno gli è andata di lusso. Il veglione se lo sono  già fatto la notte del Black Friday dove hanno raccattato anche un huawei rigenerato ma tanto Paolino deve imparare l'umiltà e quindi ne ha che basta e avanza.
Ora si fanno una cantata veloce di Tu scendi dalle stelle, qualche manciata di segni di pace e poi, svelti svelti, quatti quatti tutti a casa.
A mettere on line le foto di Paolino.

 E a sbafarsi il panettone, quello buono eh, in beata solitudine. E perfetta beatitudine.

Copyright  Monica Coppola
Immagine realizzata da Alice Basso

martedì 5 settembre 2017

La metamorfosi (e la Vita Nuova).




E' accaduto qualcosa che non so spiegare.
Sono partita, beata e contenta, verso la mia estate sarda e Gabbanica  con la speranza di trovare al mio rientro una Vita Nuova.
In parte, sono stata accontentata.
Che ci fosse qualcosa di molto diverso l'ho scoperto, anche io come Gregor Samsa, il mattino in cui mi sono ritrovata a tu per tu con gli abiti lasciati nell'armadio: dopo settimane di parei multicolori (indossati molto più stile cappio à porter che bella polinesiana di Gauguin) era giunto il momento di rientrare nel tran tran quotidiano. E nei miei panni.
Ri-entrare, appunto. 
Impresa che stavo tentando anche con l'ausilio di tecniche yoga e apnea, senza produrre alcun risultato: la cerniera del tubino nero, che avevo scelto di indossare,  si era mossa a stento per pochi, faticosissimi, centimetri ed ora si rifiutava di salire più a nord.  
A sud dell'abito la situazione era pressoché invariata e,  sui  rilievi gluteo-tondeggianti, si intuiva un principio di smottamento delle cuciture laterali.
Il vestito, in modo inspiegabile, si era ristretto durante la mia assenza!
Davvero una curiosa mutazione...
La stessa che sembrava affliggere anche gli adorati pantaloni capri che, proprio all'altezza del giro vita, ora  presentavano una distanza incolmabile, come se asola e bottone fossero due amanti estivi, residenti agli antipodi dello stivale, costretti a dirsi addio per sempre.
Ma, come insegna il buon Sherlock, due indizi non fanno una prova e allora eccomi, sull'orlo dello strappo e  del mistero, alla ricerca del terzo elemento d'indagine: l'abito provenzale a campana.  Oh, sì,  proprio quello che avevo indossato ad inizio vacanza per inaugurare la mia prima Sagra di paese!
La prima di una lunga serie...
Al solo pensiero ecco che mi sovviene il crepitio del maialetto sulla brace, lo sfregolio della salsiccia con i malloreddus, la morbidezza arrendevole delle sebadas, il vivace solletico del pecorino: tutta l'allegra Banda Bontà che ha alleggerito la mia estate.
Del resto un diversivo alla canicola andava trovato. 
E, a proposito, ecco che la tv annuncia che è in arrivo Polifemo, la settima ondata di caldo. Dopo Caronte e Nerone ora tocca a lui.
Insomma non c'è tregua. Questi anticicloni nordafricani ormai sono dappertutto.
Vuoi vedere che mentre ero in vacanza si sono intrufolati abusivamente in casa e mi hanno manomesso i vestiti? Sì, devono essere stati loro.
Oppure quelle brioscine -meteoriti che ora piovono dovunque, sbatacchiando ironie intorpidite e coscienze, più candite che candide, che ci asfissiano anche peggio degli anticicloni.
Comunque tutte queste riflessioni hanno messo un certo languorino.  Mi sa che l'enigma del restringimento tessile dovrà aspettare.
Chiudo l'armadio, annodo un pareo in grado di circumnavigare la mia vita- nuova e vado a prepararmi un piatto di culurgiones. 
Che a pancia piena il capro espiatorio si trova sempre meglio. 
Che a mente vuota...

Buondì a tutti ;)

giovedì 20 luglio 2017

Decadance di Miranda Martino





Alzi la mano chi declina il proprio anno come fosse un anno scolastico. Presente! Per me tutto finisce il   31 /08. Capodanno è il primo di settembre mentre gli ultimi giorni di agosto segnano il momento del bilancio: la pesa dei mesi trascorsi, il ricordo di ciò che di buono c’è stato, l’accantonamento delle voci in negativo, il revival di una modalità infida eppure attraente, come una palude travestita da laghetto di montagna: la lista dei buoni propositi. Ora però siamo a luglio e non è ancora tempo di bilanci ma di bilancia. Chi è quella scamorza riflessa nel mio specchio? Chi è quello sharpei in mutande e reggiseno che mi fissa come se mi conoscesse? Sono io. Già. Un girovita mollemente terrazzato che neanche le Cinque Terre. Se è vero che “mens sana in corpore sano” dalle mie parti la comunicazione mente corpo è interrotta. È caduta la linea. Come recuperare? Mi ponevo questa domanda un giorno che, trascinandomi in un negozio di videogame, cercavo un gioco da regalare a mio figlio. Qui deve essere accaduto qualcosa di inspiegabile, un momentaneo calo di tensione dei neuroni. Al risveglio ero alla cassa con in mano una copia di “Just Dance”. So che molti di voi conoscono questo gioco della Play Station ma lo descriverò a beneficio di chi, come me, vive nelle tenebre tecnologiche. Ci si pone davanti allo schermo tenendo saldamente in mano una sorta di cono gelato luminoso. È un controller a sua volta collegato ad una webcam che rileva i vostri movimenti. A questo punto si sceglie un brano e si balla, possibilmente seguendo la figura guida sullo schermo e cercando di imbroccare i movimenti giusti. Se ci riuscite la consolle vi elogerà come un mamma inglese che commenta la pagella del figlio secchione: good! Perfect! Innocuo nevvero? No. Quello che pare un karaoke danzereccio è un sanguinario harakiri.
Ho acquistato “Just Dance” con due obiettivi:
a) divertirmi con mio figlio                                                                 b) dimagrire divertendomi.
Avete notato che ho declinato per ben due volte il verbo “divertirsi”? Quante aspettative disattese. Sì perché:
a) mio figlio non è interessato al ballo e, quando mi asseconda, vince tutte le sfide perché ha capito che basta muovere la mano che tiene il controller nel modo giusto per prendersi i complimenti della consolle e accumulare punti. Per cui, interno giorno: un adulto e un bambino davanti allo schermo. Musica a palla. L’adulto si dimena come preda di un rito sciamanico e non prende un movimento, il piccolo sta fermo e muove solo la mano che tiene il controller. A voi la deduzione sullo stato mentale di entrambi.
b) ballare così non fa perdere un etto. Garantito. Ci guadagnate però tutti i dolori articolari censiti dal Ministero della Sanità .
Chi me lo ha fatto fare?
1981: Heather Parisi e le sue “Cicale”: ricordo che guardavo questa Barbie animata cantare: “delle cicale ci cale ci cale ci cale… della formica invece non ci cale mica…” e provava ad imitare la sua coreografia, più facendo le smorfie con la faccia che eleganti gesti motori.
1987: “Dirty Dancing”. Baby. La fanciulla bruttina e legnosa che impara a ballare e conquista il bello del villaggio turistico. Baby sei stata la mia eroina, la rivincita delle simpatiche vs le strafighe, la rivalsa al grido di: “nessuno può mettere Baby in un angolo!!!” Eccheccazzo! (N.d.A).
Ma ciò che ha realmente cambiato la mia esistenza è stato il film “Flashdance”: la storia di una saldatrice ballerina. Ecco, io ho più o meno l’agilità della saldatrice. Spenta. Ah Jennifer Beals, quanto ti ho invidiata e adesso che mi dimeno senza neanche la dignità dei tuoi scaldamuscoli, mi sento come Nanni  Moretti in “Caro Diario”:
(…) in realtà il mio sogno è sempre stato quello di saper ballare bene. Flashdance si chiamava quel film che mi ha cambiato definitivamente la vita. Era  un film solo sul ballo. Saper ballare. E invece alla fine mi riduco sempre a guardare, che  è anche bello, però è tutta un’altra cosa. 
Ogni giorno indomita provo a superare i miei limiti fisici, imponendomi un rigido protocollo: zampettare da una piastrella all’altra, stillare sudore e paralizzarmi dal dolore. Dalle stille alle stalle. Acciaccata vedo le stelle, talvolta anche la luna e mi sovvien Leopardi: la vita è fatica e lui lo ha ben scritto, incastonato in un fisico che pareva una beffa.
Che fai tu, luna in ciel? dimmi, che fai, silenziosa luna?
(...) Ma tu mortal non sei, e forse del mio dir poco ti cale.                                                                                                   

Cicale Cicale Cicale.

Copyright Miranda Martino

sabato 1 luglio 2017

Il mito nella caverna. Ovvero, la coppia al cinema.


Ed ecco qui che, a grande richiesta torna a farci visita Massimino.
E ci racconta cosa pensano realmente i nostri compagni di vita (e di multisala) quando li costringiamo a sorbirsi in Full HD la visione dei nostri perduti sogniOrmai sbiaditi come le mutande (sempre le sue, per inconsapevole vendetta) al secondo lavaggio. Perché anche i tessuti come i cinema, si sa,  non sono più quelli di una volta. 
Gli agognati templi dell'amore, in cui senza passare dalla tortura del posto assegnato, ci si rifugiava nelle poltroncine in ultima fila, sfiorando il gusto del proibito e delle patatine al formaggio portate da casa. 
Ma solo il lunedì quando il biglietto costava meno. 
Lettori e lettrici, buio in sala e parola al Dé Gorgus.
Buona Visione!




Entrare con la fidanzata nella hall luccicante di un cinema multisala ti fa sentire per un attimo come se stessi per sposarti. Il mondo si sta schiudendo davanti con le sue infinite possibilità. Tu stai pensando al sesso. Lei all'amore. E alla fine ti tocca il film d'amore.

Eh sì, perché la scelta del film è stata l’ultima fase della negoziazione che si è scatenata nell’agone duale sin dal venerdì pomeriggio.
Quando già sai che alla fine lascerai a lei la scelta del titolo. Perché lei il film lo selezionerà sicuramente più intelligente del tuo. D’altra parte, di cosa potrebbe parlare con le colleghe il lunedì se accettasse la domenica sera di vedere il tuo Fast & Furious 8?

Il problema è di cosa possa parlare io coi colleghi quando m’è toccato sciropparmi La La Land. Meglio presentarmi in ufficio con gli occhiali scuri, dichiarando in stile politico un’uveite del fine settimana, con la speranza che nessuno mi abbia individuato nel multisala.

Ma è già il concetto di multisala che mi indispone. Voglio dire, da ragazzino, a Livorno, le sale erano tutte in centro. Si prendeva la bicicletta, si faceva il giro degli amici, si arrivava in 10 minuti sudati e contenti a vedere i film fantasy, o western. Ora a Livorno, la sera in centro, è rimasta l’ambientazione da film western: polvere, qualche ubriaco per strada e balle di rotolacampo che passano portate dal vento.

Perché ora i cinema delle città italiane sono fuori dalle città italiane, nelle zone degli orrendi centri commerciali. Dentro hanno colori sparati, l’odore di burro fuso e disinfettante nell'aria, tipo Autogrill, o mensa dell’ospedale.

E poi le casse. Tutte col display ansiogeno, quello che lampeggia il numero di posti rimanenti, in progressiva diminuzione. Che alla fine, nella sensazione di star perdendo l'ultima chance nella vita, ti vien voglia anche a te d'andare a vedere La La Land!

E allora, sgomitando, compri i due biglietti. Coi posti assegnati automaticamente: i migliori, computerizzati, indiscutibili. Per scoprire poi che dentro sei in una platea da 300 poltrone, e ci sono solo 7 coppie a sedere. Però tutte piazzate obbligatoriamente in fila, una davanti all'altra.

Così, dopo la pedata d’unghia d’alluce sullo scalino e l’imprecazione soffocata, ti sforzi per vedere al buio il numero sul biglietto. Finché non lo illumini con la torcia del telefono e lei ti scorge l’ultimo whatsapp che hai inviato agli amici prima d’entrare: “Che palle, m’è toccato andare a vedere La La Land!”.

E mentre lei ti guarda male, vi sedete al vostro posto, rigorosamente dietro l’ultima coppia, giusto in tempo per le pubblicità finali, quelle dei negozi e delle società di provincia.
Le réclame con l'immagine fissa, la belloccia truccata male, la scrittina verde con la partita IVA e la ragione sociale dell'attività: prima il cognome e poi il nome del proprietario.

Ma finalmente parte la musica e comincia il rutilante La La Land. E dopo due ore e un quarto, quando scorrono i titoli di coda e si riaccendono le luci, l'effetto è quello di essere sorpreso nell'intimità, di svegliarti nel tuo lettuccio con un mondo di estranei che ti guarda. Tenti di commentare qualcosa d’intelligente, fingendo d’esser stato sveglio. Ti alzi coi pantaloni sommersi dai popcorn che ti sei rovesciato addosso. Provi a riacciuffarne un paio belli grandi dall'incavo della poltrona, ma lei ti fulmina con lo sguardo

Così ti avvii all'uscita, che credi sia l'opposto dell'entrata. Eh no! Perché un tempo l'uscita, trionfale, era dalla stessa parte dell'ingresso. Ma con questi maledetti multisala sotterranei, siamo pedine di un processo industriale: esce uno, entra l'altro.

E allora dopo il film ti fanno salire in fila indiana dai bugigattoli, dalle scale della vergogna, dagli antri fetidi. Come se degli amici ti invitassero a casa e dopo averti offerto la cena, ti dicessero: "Vabbè, ora arrivano altri ospiti, ti spiace levarti di torno? Già che ci sei, pìgliati il sacchetto dell’umido. Passa pure di qua, dalle cantine".

Questa è l’uscita dal multisala. Quando hai finito di risalire dagli inferi, improvvisamente non si sa come ti ritrovi per strada in un angolo buio in mezzo ai bidoni della spazzatura, a 500 metri dall’ingresso del cinema.

E da lì riesci a scorgere a malapena la hall luccicante e il grande cartellone coloratissimo: “Imperdibile! Oggi Fast & Furious 8”.

Copyright  Massimino Dé Gorgus


Ecco dunque la sintesi del "Senso di Massimino per i Multisala".
A dire il vero qualcosa in proposito l'avevo scritto anche io. E lo potete leggere QUI.

E voi, invece, cosa ne pensate? Potete dire la vostra qui o su Twitter 
direttamente a Massimino @MDeGorgus e alla sottoscritta @violavertigini

Tanto, con questo caldo, non penserete mica di andare al cinema no? ;)


martedì 20 giugno 2017

Le Olimpiadi dell'Elastico.



Quando ero piccola l'estate spuntava insieme ai pantaloncini da basket, le code più alte per non sudare, e le magliette con gli stampi che scomparivano al primo lavaggio.
Aveva il sapore dei ghiaccioli (per i torinesi stick) comprati con gli spiccioli che la mamma mi lanciava dal balcone, appallottolati nei tovaglioli di carta.
Chiudevano le scuole e palpitavano i cortili. Il divieto di giocare a palla ancora non c'era e, quando c'era, non se lo filava nessuno.
La mia estate la trascorrevo lì, a scorrazzare intorno a quel cerchio di cemento, chiuso da un cancello che si apriva al primo soffio di vento. In quel cortile mi sbucciavo le ginocchia o le banane a merenda quando i soldi per il gelato non c'erano. Coltivavo amicizie e anticorpi scambiando chewingum di seconda mano (per i torinesi cicles)  o bevendo a canna succhi di frutta barattati a metà. Anche da bambini valeva sempre la stessa regola: l'erba del vicino è sempre più verde (e quindi la sua merenda più buona della tua).
La cosa peggiore che poteva capitare era una secchiata d'acqua da qualche balcone, accompagnata da parole che era meglio non ripetere. Se le mamme ci sentivano (e ci sentivano sempre perché le mamme degli anni Ottanta erano dotate di orecchio bionico) scattava il castigo e in cortile non ci facevano scendere più.
I bambini più fortunati partivano con i nonni per tre mesi di villeggiatura oppure andavano in Colonia.
Avrei voluto vedere anche io questa benedetta Colonia di cui tutti parlavano.
La immaginavo una versione estiva del Paese dei Balocchi: mare, sole, castelli di sabbia e gentili signorine pronte a esaudire ogni desiderio.
I miei non mi mandavano mai però. Mia  mamma  diceva che per andare in Colonia  serviva  tutto un corredo monocromatico di mutande, calzini, magliette e quant'alto che costava un patrimonio. Con tutti quei soldi, ci usciva una settimana di campeggio a ferragosto. E poi io mi divertivo così tanto in cortile!
Il che era anche  vero almeno fino a quando si giocava a Nascondino, Ce l'hai, o Strega tocca colore; diventava discutibile quando ai giochi d'azione subentravano le avventure delle Barbie, spesso finte e con un abbigliamento precario ai limiti della decenza; si trasformava in tragedia quando spuntava lui: l'Elastico.
Perché sempre sul più bello arrivava qualche bambina nuova con un ghigno furbetto, un elastico da mutanda lungo pressappoco un metro e mezzo e uno spirito atletico che aveva deciso di palesarsi. E, come se niente fosse, proponeva gare di salto con variante singola o a coppia, a eliminazione diretta.
Le Olimpiadi dell'Elastico si inauguravano così.
Per  me, che non andavo oltre i cinque minuti di gloria del salto al polpaccio, iniziava l'inferno.
Mi tramutavo in qualcosa di simile alla Bambina Sfinge: in stato semi catatonico dovevo passare interi pomeriggi a fare da palo umano per le  amichette saltatrici. Che,  nei giorni più lieti,  si prodigavano a zampettare allegramente anche fino al tramonto.
Per far passare il tempo fissavo i balconi dei palazzi di fronte e fantasticavo sui panni stesi.
Avevo notato che i bucati del lato destro erano sempre più allegri. Volteggiando nell'aria, diffondevano note delicate di Coccolino. Illuminavano, con le loro tinte vivaci,  i terrazzini degli appartamenti più grandi, quelli con due camere e tinello.
Sul lato sinistro, riservato alle camere e tinello, i fili per stendere invece si rimpicciolivano come i metri quadri degli alloggi. Dai balconcini penzolavano soprattutto tute, blu o da ginnastica, intervallate con qualche canottiera a costa larga che profumavano di soffritto nei giorni feriali e di ragù in quelli festivi.
Far asciugare i panni al sole era comunque un lusso spesso riservato solo ai piani alti del condominio.
Quello dove abitavo io aveva cinque piani per cui, sui panni stesi dei piani precedenti poteva piovere un po' di tutto, a seconda delle stagioni: semi di anguria o noccioli di ciliegia nei mesi estivi e gusci di nocciola o bucce di mela in quelli invernali. Le briciole, invece, erano un evergreen.
I più fortunati erano gli abitanti dell'ultimo piano: i loro bucati dovevano fare i conti solo con le cacche dei piccioni. Ma, se mettevi una girandola colorata, si spaventavano e se ne migravano altrove,  alla ricerca di altre toilette
Comunque, proprio quando avevo preso gusto alla mia Indagine dei panni stesi, le Olimpiadi dell'Elastico vennero interrotte. La proprietaria dell'elastico annunciò fiera che se ne andava in Colonia.
Si chiamava Romina, era capace di saltare fino all'altezza del collo, aveva la Barbie vera e abitava al quinto piano.
Certa gente, pensai, ha davvero tutte le fortune.

Copyright Monica Coppola - Grafica Mariateresa Di Mise

mercoledì 31 maggio 2017

Arriva in libreria il "Manuale di prevenzione amorosa per donne single" di Gaia Parenti

Che siate in cerca di un fidanzato o felicemente in coppia poco importa. Per capire meglio "di che pasta è fatto" il Gentiluomo che bazzica al vostro fianco o che vi piacerebbe molto lo facesse,
arriva in libreria il "Manuale di prevenzione amorosa per donne single" di Gaia Parenti. Leggerlo non ha nessuna controindicazione a meno che non siate inciampate in qualche "furbetto" che di azzurro, forse,  ha solo le scarpe. Tipo quelli descritti qui sotto...
In bocca al lupo a Gaia per questo debutto. E occhi aperti sulle avvertenze di PsicoGaia :)


Edizioni Ultra

In tutte le librerie dal primo giugno
“Manuale di prevenzione amorosa per donne single”
di Gaia Parenti
  
Eccolo qui, il manuale salvavita definitivo per donne single (e principesse “prendimi e portami via”) che vogliono sopravvivere in una realtà maschile decisamente caotica. Sono tante le tipologie sotto le quali gli uomini cercano di nascondersi pur di fuggire a loro stessi e a una relazione amorosa: l’uomo non ancora pronto, il seduttore indeciso, il gaudente al secondo giro di boa… Basta focalizzare il bugiardo in questione, con il suo principio attivo, gli effetti collaterali e la modalità di assunzione e poi seguire le relative avvertenze, utili per godersi nel modo più appropriato (se proprio lo si desidera) queste relazioni, ma soprattutto per evitare di rimanere intrappolate in storie che non vanno, e mai andranno, nella direzione dell’amore. Gaia Parenti, psicologa in prima linea nel pronto soccorso del web, ci offre un godibilissimo bugiardino da bag che sbugiarda in modo sano anche le donne, i loro pensieri e i comportamenti fallimentari che ripetono cronicamente all’inizio di una relazione. Una presa di consapevolezza ironica e concreta che può essere assunta, proprio come un farmaco, al momento del bisogno.


Gaia Parenti
Nata nel 1976 a Firenze, si ritiene una sopravvissuta dell’amore e si diverte a esercitare la scoperta dell’universo maschile e femminile in tutte le sue sfaccettature. È cresciuta con la sua rubrica PsicoGaia nel Diario di Adamo di «Vanity Fair», portale al quale offre anche i suoi esperti consigli nella sezione “Benessere”. Ha collaborato con diverse riviste femminili, fra le quali «F» e «Donna Moderna». Il Manuale di sopravvivenza amorosa per donne single è il suo primo libro.





venerdì 19 maggio 2017

Ecco a voi...Massimino Dé Gorgus!


Questa volta sul blog arriva un ospite speciale Massimino Dé Gorgus, che forse avrete già avuto il piacere di leggere sul Diario di Adamo di Vanity Fair.
Chi si nasconde dietro questo pseudonimo?
Ecco alcune opzioni:
1) Un professore di spagnolo con la passione per i monologhi umoristici e un debole per le rotelline di liquirizia;
2) Il cugino di sesto grado di Andrew Crofts; 
3) Uno stimato professionista che di giorno rimbalza da regione a regione ma, al calar delle tenebre, si diletta con penna e calamaio;
4) Elena Ferrante.

Io sono stata fortunata perché ho avuto il piacere di incontrarlo.
E, con la mia faccia tosta, gli ho chiesto se aveva voglia di scrivere qualcosa qui.
Lui, sprezzante del pericolo e del rosa, ha accettato.
E siccome è un galantuomo ha aperto la portiera della sua macchina (usata ma tenuta bene) e ci ha fatto entrare...
IL PRIMO MOTORE MOBILE
di Massimino Dé Gorgus





Ebbene sì, ho comprato l'auto nuova. In realtà usata, ma tenuta bene. Anche perché la mia fidanzata insisteva. D'altra parte è giusto venire incontro alle esigenze della propria donna. Sennò, quando usciamo la sera, dove potrebbe buttare i kleenex dopo essersi soffiata il naso, e i chewing-gum masticati, strizzati nella stagnola e col prolasso?
Perché non dimenticatelo: un calzino inopinatamente dimenticato per terra in bagno è il sacrilegio massimo, l'affronto indelebile che potete fare alla donna con cui convivete.
L'automobile invece è la dimostrazione che esiste un mondo parallelo, fatto di antimateria. Quella che lei deposita senza sensi di colpa nell’abitacolo.
E allora, alle tue flebili proteste dopo aver trovato la cartaccia d’un Mon Chéri trasudante cioccolato nel cruscotto, fra la Carta di Circolazione e i documenti dell'assicurazione, ti sentirai rispondere che sei un fissato. Che vuoi più bene all'auto che a lei, che gli oggetti non devono diventare status symbol. Mentre ti intima di prenderle la borsa Gucci sul retro, perché lei si sta allacciando le scarpe Manolo Blahnik e non ci può arrivare.
Che poi a me dell'auto non è mai interessato un granché. E non lo dico per fare l'intellettuale da strapazzo, di quelli che amano uscire con "Avere o essere?" di Fromm sotto il braccio. E poi se lo slogano, il braccio, per farsi il selfie tutti emozionati quando scorgono in centro una Ferrari. Di solito parcheggiata rigorosamente in divieto di sosta.
No, io le auto non le conosco davvero. Soprattutto i modelli.
All'esame di scuola guida il mio problema più grande fu quando l'ingegnere della motorizzazione mi intimò: "Accosti dietro al 105".  Mi avesse detto almeno il colore!
Avrei evitato nella strada a senso unico l'inversione per cercare i numeri dispari. E l'inspiegabile bocciatura.
Ma quando finalmente ho avuto il pezzo di carta, la mia vita è cambiata totalmente. E non sto parlando della laurea, ma della patente. L'unico attestato che in Italia ti permette di fare un po' di strada.
E che ti fa entrare nel mondo adulto, quello fatto di competizione vera e assenza di pietà.
Perché da bambino ti insegnano che devi aiutare ad attraversare la signora anziana che cammina piano. Da grande e patentato ti ingiungono che se non le sbraiti contro, alla vecchia che guida piano, sei un mezz'uomo. Sfigato, e pure impotente.
A maggior ragione se non accetti anche tu di scatenare l'inferno nell'arena gladiatoria della zona semaforo, in città come Milano. Dove ormai vige la clacsonata preventiva, quella di chi suona ora col rosso perché il verde si accenderà poi. E inveisce contro quelli davanti nella fila, colpevoli di non essere ancora scattati in falsa partenza.
Ma in fondo nelle metropoli puoi sempre evitare di prendere l'auto e affidarti ai mezzi pubblici. Che ti permettono, anche nella frenesia della giornata lavorativa, di ritagliarti del tempo per riflettere. E apprezzare ancora una volta l’immortale saggezza di Eraclito l’Oscuro e il suo apodittico “panta rei”, tutto scorre. Tutto, tranne evidentemente l’autobus dell’ATAC che stai aspettando da un paio d'ore, sotto la pioggia, a Roma.
Devo ammettere invece che i viaggi lunghi in auto, quelli verso città lontane, hanno ancora un loro fascino, un’aura d’avventura.
Lì, in autostrada, l’esistenza ti rende partecipe dei più archetipici stadi sul cammino della vita: le epopee del nomadismo, le transumanze rituali, i viaggi iniziatici. E la sosta pipì all'Autogrill.
Che è l’unico aspetto del tragitto che in realtà ti dà appagamento. Perché appena accosti, già pregusti la soddisfazione di sapere che tu potrai entrare trotterellando nel bagno per gli uomini. Mentre la tua fidanzata, con gli occhi imploranti che ti guardano allontanarti, si accoda all’ultimo posto nella fila delle donne: un serpentone tipo Centro Commerciale di Tokyo all’uscita del nuovo modello di iPhone.
Così poi in bagno davanti all’opera di Duchamp, mentre stai facendo affogare il dischetto di canfora, hai la conferma che qualche prerogativa nell'essere nato maschio ce l'hai ancora. E forse almeno questa non cambierà mai.
Dopo ti lavi le mani, di solito solo se già c'è stato qualche scambio d'occhiata coi presenti, e ti asciughi. Ma qualcuno li ha mai sperimentati davvero i phon per le mani? Perché diciamocelo, quell'arietta tiepida zufolata non ha mai asciugato nessuno. Di sicuro non le mani pelose come le mie, che le ho tipo la Bestia di Disney. E alla fine mi tocca sempre strusciare i dorsi umidi sui pantaloni e fare la figura dell'incontinente.
Ma adesso, con gli sviluppi galoppanti della tecnica, hanno inventato i nuovi asciugatori, quelli a fessura, tipo bocca della verità. Che, mentre ci infili le mani, ti chiedi sempre se ne usciranno fuori. E che quando si attiva il flusso d’aria, ti viene da pensare: “Ma qua dentro, tutte ’ste gocce nebulizzate coi batteri degli altri ora finiscono sulle mie dita?”.
Ma non c’è tempo per riflettere: appena esci dal bagno, individui lei che adesso sta aspettando al terzultimo posto della fila. E le dici: “Cara, ti prendo un kleenex dalla borsa”. E invece le freghi il portafoglio. Così non potrà comprare tutte quelle schifezze, tipo chewing-gum e Mon Chéri.
Che sennò se li mangia mentre guidi. E poi ti fa trovare tutte le cartacce trasudanti cioccolato nell'abitacolo della tua automobile appena comprata nuova. In realtà usata, ma tenuta bene.

copyright Massimino Dé Gorgus

Vi è piaciuto questo viaggio sulla macchina del Dé Gorgus?
Le mie ansie da parcheggio, le clacsonate al giallo e compagnia bella, ve le avevo già raccontate qui.
Ora la parola a voi, cari lettori.
Volete fare una class action a difesa delle vecchiette sulle strisce pedonali e non? Avete un'idea per brevettare una choco-car-bag adatta all'incarto dei Mon Chéri?
Massimino ed io aspettiamo manie e confessioni di patiti d'auto (e non) cinguettando a @MDeGorgus e @violavertigini.
Raccontateci in che modo appallottolate i kleenex e se, anche voi, soffrite di ipocondria da asciugamani a fessura.
Noi, intanto, pensiamo a come organizzare il prossimo viaggio in blog ;)








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