venerdì 30 dicembre 2016

Mutande rosse, kakapo neozelandesi e buoni propositi.



Ci siamo ormai.
L'ultima notte dell'anno sta per arrivare.
E mentre saremo alla ricerca delle imprescindibili mutande rosse da nascondere sotto gli abiti in tulle da meringa dark arriveranno loro.
Inesorabili, come la pioggia di pasquetta o il bollino nero delle partenze intelligenti.
Come la tombola che ancora sognate zia Teresa con gli occhi semichiusi a capocchia di spillo che scatena una diatriba familiare cercando di capire se quello che ha pescato è un sessantotto o un ottantanove.
Perché certe cose non cambiano mai. Si ripresentano puntuali.
Come quegli stramaledetti messaggi in serie, completamente spersonalizzata, che vi intaseranno la memoria dello smartphone dalle 22 in poi. E, a dirla tutta, metà dei mittenti da cui arrivano nemmeno vi ricordate chi sono.
In mezzo ai video divora byte e a tutte le altre menate arriveranno anche loro: i BUONI PROPOSITI.
Quelle rassicuranti favole bugiarde che ci raccontiamo, con la speranza remota che il cambiamento dell'ultima unità di migliaia dell'anno possa, come per magia, trasformare la nostra intera esistenza.
Che se si facesse un exit poll pre -veglione alla domanda "Come è stato il suo 2016?"  con le possibilità
a) soddisfacente, b) parzialmente soddisfacente, c) superiore ad ogni aspettativa o  d) veramente di merda, l'opzione d darebbe grandi soddisfazioni senza alcun rischio di ballottaggio.
Che quest'anno ne abbiamo già avuti troppi.
E quindi è sicuro, anche solo per il calcolo delle probabilità: l'anno che verrà sarà ricco di premi e cotillon.
Che noi ci meriteremo perché faremo krav maga (i giorni pari) e kundalini joga (quelli dispari).
Leggeremo Proust, metteremo al bando i grassi saturi e raccoglieremo fondi a beneficio dei Kakapo neozelandesi. E se il coraggio non ci abbandona magari sarà anche l'anno giusto per la depilazione brasiliana. Forse...
Ma ceretta o meno la lieta novella dei  BUONI PROPOSITI tanto sarà lì ad aspettarci, anche il prossimo capodanno. A farci fare i conti con quello che puntualmente non abbiamo fatto.
Ma adesso non ci vogliamo pensare.
Perché a San Silvestro tutti abbiamo voglia di cucire qualche paillettes sopra i nostri sogni, magari bicolori, per farli brillare un po' di più.
Ci prende quasi una smania e allora vogliamo, anzi, dobbiamo essere più sfavillanti, affascinanti, danzanti, frizzanti.
E così con brandendo calici di spumante annacquato intorpidiamo il nostro intelletto, che nelle altre 364 notti assolve più o meno degnamente il suo compito.
Ma il 31 dicembre qualcosa va in corto circuito ed ecco che proprio noi, che da sempre consideriamo i tre euro di un tramezzino un furto legalizzato, sborsiamo felici e contenti due zeri in più per un cappellino di carta, una trombetta e una fetta di panettone dell'anno prima.
Purché sia festa.
Vuoi mettere? Ci sarà l'orchestra! Si farà il trenino!
Che il trenino e le lenticchie a mezzanotte dovrebbero essere banditi per legge, ecco.
Perché se la prima istantanea dell'anno nuovo ha le sembianze di una fiumana assortita agghindata a festa come al Carnevale di Rio, c'è davvero bisogno di pensare che tutti i giorni che verranno saranno sicuramente migliori.
E ricchi sì, certamente più ricchi.
Ed è a questa speranza che ci appigliamo, trangugiando lenticchie a cucchiaiate come se non ci fosse un domani, anche se abbiamo le acciughe al verde che sguazzano nell'esofago, redivive come in un miracolo biblico di fine anno, mentre la brasiliana color porpora comprata last minute vi incendia pericolosamente il solco fra le chiappe. Le stesse che tutti gli altri stanno dimenando sulle note evergreen del Ballo di Simone.
Mentre la Banda del Capodanno Festoso sgambetta e solleva le ascelle pezzate al ritmo di "Batti in aria le mani, e poi falle girar" a voi girano sole le scatole.
E la domanda sorge spontanea: «Ma che ci faccio qui?»
Improvvisamente avete solo voglia di silenzio.
Vi manca il pigiamone e anche i calzettoni di lana.
Vi mancano i tortellini in brodo, ma quello di pollo, che la nonna faceva bollire ore, a  partire dall'alba, così tanto che l'odore del pollo si mescolava a quello del caffellatte ma andava bene lo stesso.
Era il profumo di casa, di vita. Vera.
E pensando a quel  ribollire, autentico, viene voglia di mandare a stendere tutti quei buoni propositi che attanagliano la testa.
Uno però no. Uno vi sta simpatico. È nuovo, ci ha messo un po' ad arrivare ma adesso lo adotterete per la vita.
Questo nuovo proposito è: sii te stesso e fai ciò che vuoi.
E se qualcuno non va bene, beh lasciatelo sui vagoni di quel trenino che non va da nessuna parte.
Voi partite da sole. Spogliatevi del vestito da meringa, delle scarpette da finta Cenerentola e lasciate il Ballo e se necessario anche il principe. Perché tanto, dove volete andare, lo sapete già.
E non è certo su un vagone di una locomotiva che scintilla per una sola notte all'anno.

Happy New Year!

(copyright Monica Coppola – editing Stefania Crepaldi – grafica Maria Teresa Di Mise)

domenica 11 dicembre 2016

Non sbucciate quel mandarino ( e state alla larga dalla tombola)



Ho con il Natale un rapporto particolare. Qualcosa di molto simile a quelle relazioni adolescenziali che ti si appiccicano addosso tipo chewing gum sotto il banco, in perenne oscillazione tra il dobbiamo parlare e il confettoso mantra l’amore vince su tutto.
Una sorta di odio/amore da teenagers, per cui un giorno sciogli in lacrime e fazzoletti scottex tre tubetti di mascara; e quello dopo sei sciolta tu, labbra e lip gloss incollate a quello che, ora ne sei certa, è sicuramente l’amore della tua vita.
Almeno per le prossime 48 ore…
Il cuore un giorno su e l’altro giù, in un elettrocardiogramma senza pace.
Come il mio umore dall’Avvento in poi.
Penso ai regali. E mi esalto.
Penso ai regali. E annaspo.
Penso al pandoro. E sorrido.
Penso alle calorie del pandoro. E vado in panico, la coscienza sporca come le labbra di zucchero a velo. Ma comunque la fetta – centrale grazie e mai la prima che viene sempre striminzita – non la mollo.
Insomma non se ne esce. O se ne esce a fatica e un po’ acciaccati, come dai primi amori.
Quando ero 
piccola a casa mia subito dopo l’otto dicembre iniziava un viavai frenetico di Panettoni & Pandori e però niente, non ne potevi assaggiare nemmeno uno. Perché si doveva aspettare. L’effetto devastante di questi due divieti era che, passate le Feste ti ritrovavi a inzuppare nel latte quelle fette, ormai mummificate, fino alla Pasqua successiva. Perché non si buttava via niente.
E anche se ti innamoravi di un ragazzo e ci volevi fare delle robe dovevi aspettare.
Il candore, come i canditi, aveva i suoi tempi. E toccava mettersi l’anima in pace. In pieno spirito natalizio.
Per cui 
l’albero si faceva l’otto dicembre, non si baciava mai al primo appuntamento, e comunque pure se eri al terzo o al quarto, era bene tu lo facessi in panchine non visibili all’orizzonte del capofamiglia. Se no le feste ti aspettavano direttamente a casa. Al rientro.
Nonostante questo, 
tutto sembrava magico: anche un foglietto di stagnola per fare il laghetto.
Pure il suonatore di 
zampogna che aveva il ventre dilatato come se si fosse scolato due pinte di birra prima di partire alla volta di Betlemme. Che fosse colpa di una svista di Gaspare?

continua sul   Diario di Adamo

illustrazione di Alice Basso, editing Stefania Crepaldi

martedì 29 novembre 2016

Viola, il Codice Morso e l'allegro chirurgo: ovvero se scambi la colite con le vertigini.



Che la mia pancia vivesse di vita propria l’ho capito molto presto.
Quando alle elementari facevamo la gara di verbi ad esempio. Tremavo nel banco, dita incrociate dietro la schiena, sperando in futuro semplice o imperfetto. Ma più nel primo.
intanto lei, puff, puff si gonfiava come un palloncino.
Io non volavo però. Anzi, quasi appassivo su me stessa, piegata in due sotto la morsa di quei pugni invisibili.
«Mi fa male la pancia», dicevo rientrando a casa, e subito mia madre mi trascinava dal pediatra, un omone grosso e grigio, che me lo faceva venire ancora di più.
Quando parlava emetteva parole filamentose, legate l’una all’altra da un filo sottile e biancastro.
I miei occhi si inchiodavano sfacciati a quella bocca, proiettata in 3D nella mia mente, con un irresistibile effetto splatter da cui non riuscivo a staccarmi.
Di solito ci riuscivo solo quando mi arrivava in gola quel coso simile allo stecco del gelato, a cui faceva seguito un flash nelle pupille.
Ogni tanto mi chiedeva di tossire a comando, un dischetto di acciaio freddo sgusciava sotto la canottiera arrotolata.
Se ero abbastanza brava mi rispediva a casa con una caramella tonda allo zucchero. Talmente dura da spaccarsi denti da latte e non.
Visto che quei pellegrinaggi da Doctor Patina non servivano gran che, mia madre optò per una soluzione più drastica: le visite specialistiche dall’Allegro Chirurgo.

 continua  sul Diario di Adamo

domenica 27 novembre 2016

25 novembre: Orsi Marsicani e post it. Per non dimenticare.



Arrivo su questo blog con un leggero ritardo rispetto alla giornata internazionale contro la violenza sulle donne.
Ma scrivo qui anche oggi senza pensare affatto che sia tardi.
Anzi, ribandendo a caratteri in grassetto che non è mai tardi.
E rilanciando un messaggio postato, questa volta in tempo, sul Diario di Adamo.
Per provare a dare un contributo ho scelto un cambio di prospettiva.
Niente lividi in prima pagina, o mostri (che poi magari se la godono pure con un'amplificazione del loro ego grossa come i titoli che li riguardano).
Ho deciso di dare spazio a questo giorno importante,  raccontandovi una storia.
Dove le protagoniste sono le donne, la loro creatività e la passione che fa crescere un progetto – che ho un debole per Jovanotti si era capito, no?
Siamo nella Marsica, un posto che Wikipedia definisce “sub regione dell’Abruzzo montano”.
Quasi a prendere le distanze, come a dire “Certo avete un gran bel parco nazionale, degli Orsi bruni che Yellowstone se li sogna ma morfologicamente siete un tantino scomodi. Allora ciao.”
Io, che con la geografia non ci sono mai andata molto d’accordo, quando ho sentito nominare la Marsica la prima volta ho fatto quel sorrisino ebete, labbra e collo tirato, con cui ci si arrabatta per prendere tempo mentre le dita, svelte, corrono su Google.
Da quella ricerca ho scoperto di più e quel sorriso ebete è sbocciato in 4 petali rossi.

Un progetto che ha portato alla nascita di un luogo in cui se apri la porta, ti accoglie l’abbraccio di farfalle colorate, una scrivania avorio e delle lampade pronte a dare luce a chi ha trovato la forza e il coraggio di bussare per chiedere aiuto.
Sto parlando della Casa delle Donne nella Marsica. Un centro che si occupa di “violenza contro le donne ed i loro bambini e bambine. Violenza che può essere fisica, sessuale, psicologica ed economica“.

Vi invito a leggere tutto il resto qui, sul Diario di Adamo
E intanto passo la parola a voi e vi chiedo di raccontarvi come Eve moderne se quella mela vi va di mangiarla oppure no.
Non solo il 25 novembre ma anche gli altri giorni.
Per avere la libertà di dire se ci va magari un kiwi, una macedonia o un bel succo d'ananas. Senza che nessuno si senta in diritto di decidere per noi.

"Stendete" il vostro messaggio nel modo che preferite: uno scatto, un pensiero, un tweet con l'hashtag #befreefromviolence.
Appiccicate un un post-it indelebile, per ricordare sempre chi siamo, tutte quelle volte in cui qualcuno cerca di farcelo dimenticare.
Vi  lascio una guida molto utile da sfogliare" Fatti gli affari nostri" per captare i campanelli di allarme di una relazione a rischio.
Se vi va di sostenere il progetto ecco qui 4 petali rossi 
E vi ricordo il Numero nazionale antiviolenza 1522

Le autrici di 4 petali rossi sono Arianna Berna, Monica Coppola, Silvia Devitofrancesco, Loriana Lucciarini La raccolta è edita dalla CE Arpeggio Libero che ha sostenuto le spese editoriali dell’antologia a favore di Be Free , destinato al sostegno della Casa delle Donne nella Marsica.

mercoledì 16 novembre 2016

Sogni al profumo di mele (ovvero quando ero piccola vendevo le mutande) Puntata #2


Puntata #2

"Il mio approdo a Lettere Moderne coincise con due eventi importanti: l’avvento degli angeli di Victoria’s Secret e il lancio di Anna Falchi da un velivolo, agganciata ad un reggiseno iperbole. Prima ci avevano provato solo quelle con gli assorbenti.
Sul banco di mia madre approdarono le salopette: pigiami tutti interi con i bottoni dall’ombelico alla carotide che, se malauguratamente ti scappava la pipì in una notte d’inverno, rischiavi di fare la fine della fiammiferaia.
Intanto monitoravo tutti i trend della lingerie: adesso dietro a quel banco c’ero anche io.
Alternai mutande a colazione e letteratura a merenda fino alla laurea, quando al commercio ambulante si sostituirono stimolanti opportunità professionali: interviste telefoniche – “Che rapporto ha con il suo filo interdentale? Totalmente soddisfacente, moderatamente soddisfacente, insoddisfacente o non sa?”; golosi product test on the road – “Scusi lei consumerebbe snack alla papaya?” – con annessi sguardi di commiserazione dei passanti con pargoli “Vedi? Se non studi fai la fine della signorina!”
.

sabato 5 novembre 2016

Sogni al profumo di mele (ovvero quando ero piccola vendevo le mutande). Puntata #1





Questo post è diverso dagli altri perché contiene una ricetta da scoprire. Ingrediente fondamentale sono le mele: quelle speciali di Matteo Gamba che si "mangiano" a spicchi con gli occhi, per migliorare vita e umore. Poi si aggiungono un ciuffetto di sogni, un paio di gambaletti a buchini e mutande rosse a volontà. Siete curiosi? Ecco un assaggino ;)


"Sono cresciuta in una casa dove i libri sono entrati per sbaglio.
Avete presente quei ragazzi giovani, carini e molto disoccupati, che ti arpionano il passo e poi sganciano il quesito-proiettile: “Dimmi il titolo dell’ultimo libro che hai letto”?
Ecco, qualche tempo fa la tecnica di marketing accalappia firme era simile: se ti lasciavi sedurre, il gioco era fatto.
Con un solo autografo ti ritrovavi titolare di una fornitura di volumi da scegliere, obbligatoriamente, da un catalogo in cui le copertine erano francobolli pregommati, pronti da leccare e spedire.
Ora, 
a mia madre dei libri non fregava un accidenti, ma aveva firmato distrattamente durante una passeggiata torinese sotto i portici di via Roma.
Erano gli anni Ottanta, quelli del boom economico, delle spalline alte 20 centimetri come i ciuffi e 
lei era concentrata sull’avvio della nuova attività di famiglia: un banco al mercato di intimo, calze e pigiami."


Il seguito lo potete leggere sul Diario di Adamo di Vanity Fair 
Io vi aspetto lì, per condividere questo sogno a puntate, al profumo di mele.




sabato 22 ottobre 2016

Cicloni, cerette e cavallini rotanti: racconti dal backstage di #Lettori, i libri di una vita.










Per raccontarvi questa storia (e quella che accadrà tra poco) devo tornare indietro di qualche mese...

Torino, 3 giugno.

Giro il cappuccino, leggo le previsioni meteo e sbadiglio: i valori massimi oscillano tra i 24 e i 27 gradi.
Nella mia vita sta per arrivare un ciclone ma lì non c'è scritto da nessuna parte.
Accanto al croissant il cellulare vibra. È l'ufficio stampa che mi chiede se mi andrebbe di partecipare ad un casting per una nuova trasmissione.
Casting... Le dita si surgelano all'istante. Fuori è primavera, dentro di me c'è l'anticiclone siberiano.
"Ma è una roba per scrittori emergenti?" chiedo mentre la mia memoria piroetta sul ghiaccio e pesca un file datato autunno 2013.
I ricordi guizzano come salmoni norvegesi . Spuntano flashback di emergenti percossi da manoscritti e restituiti al mittente. O costretti a sfornare un testo caldo in 15 minuti. Che manco un bastoncino Findus voglio dire...
Dal telefono mi spiegano che non si tratta di scrittura. Si parla di lettori che abbiano voglia di raccontarsi attraverso le pagine dei libri "della vita".
 Carino penso, carino davvero. E intanto la mia ansia produce cubetti refrigeranti a manetta.
"Perché non provi?" mi incitano.
Il mio colon si intreccia come un elicoidale di grano duro per manifestare tutto il suo disappunto.
"Viola si sarebbe buttata, no?" giocano il jolly.
Viola, eh? Mannaggia. Dovevo idearla più timorosa, così ora non sarei qui in piena ipotermia da terrore.
Ma lei avrebbe colto l’occasione, e allora mi tocca essere coerente. Provare.
Dopo il sì vengo sommersa dalla valanga di dubbi glaciali: E se mi fanno domande intellettualoidi? E se mi prude un orecchio mentre parlo? Di De Carlo ho letto prima Due di Due o Di Noi tre? Devo assolutamente fare baffetti e sopracciglia.
La notte passa così, fredda e bianca, e quasi mi aspetto un pandoro al risveglio. E invece accanto al caffè trovo solo il numero della redazione. Viola ammicca dalla sua cover.  E va be’, provo.
Compongo il numero e chiedo informazioni. Le redattrici mi rassicurano: niente touchdown da erudizione, niente format caso umano, niente creatività forzata, stile polli in batteria.  Sulla ripassata dall'estetista, invece, concordano.
Nel pieno dello spalma e strappa, penso che non è per niente facile scegliere i libri più importanti della vita.
Da quale ho cominciato ad esempio? Mi ricordo di uno con la copertina gialla, che mia madre mi leggeva tutte le estati. Si intitolava "Gli animaletti del Buon Dio".
Mmm… non mi sembra un titolo con il quale ammiccare ad un provino. È vero che una suora ha vinto The Voice, ma lascerei perdere.
Cammino con la testa fra le nuvole e la pelle appiccicata.
Rimetto il naso negli scatoloni dei libri: sfoglio, annuso, annoto. Sbucano fuori romanzi che ho letto e dimenticato; altri che potrei rileggere all'infinito.  Penso, ripenso, butto giù una lista che presento al primo provino, "la chiacchierata Skype".
È stata una bella esperienza. Penso sia finita lì, metto un bel segnalibro tra mente e cuore e vado avanti con il mio caos quotidiano. Un mese dopo il telefono squilla di nuovo: la mia storia è piaciuta. Manca ancora una riunione definitiva, con gli autori, che sarà nel pomeriggio. Se mi richiamano vuol dire che verrò scelta.
Mi viene in mente la riunione di redazione di Viola finita a pizza e fichi. No, non devo pensarci.
 Inizio a fare quei giochi stupidi del tipo: “Ecco se riesco a passare con il giallo è fatta. Se trovo un brano di Jovanotti è un segno.”
E invece resto in coda e con la radio spenta. Ma il cellulare vibra e arriva un messaggio: mi hanno presa.
Dormo, si fa per dire, con la copertina di lana anche se è luglio pieno.
Una settimana dopo approda a Nichelino City la troupe per le riprese. Fuori è piena estate, e dentro di me soffiano correnti fredde di matrice artica. L'emozione è rossa come il top che indosso.
Le parole si mescolano, inciampano, si perdono.  Quando arrivano quelle giuste, il pargolo del piano di sopra sfreccia sul cavallo rotante ed entra in audio per direttissima. E tocca rifare tutto.
Pensiamo che sarebbe carino fare un'esterna. E scoppia la bufera. Andiamo avanti ad oltranza. Stacchiamo solo per una fetta di melone e un paio di risate liberatorie. Poi, finalmente, esce il sole.
Si va al parco con tutta la banda.  Io tento di leggere e mantenere un contegno mente le formiche rosse diffondono il trend topic  #ravepartyinternocoscia.
Il sole tramonta: Matteo, il videomaker contorsionista, ha sperimentato tutte le inquadrature possibili schivando palloni, ciclisti e coppiette in piena stagione degli amori. Daniele, l'autore, è stato mitragliato dai quesiti di mia figlia Chiara.
Siamo tutti esausti ma ce l'abbiamo fatta: il racconto, il libri, le videoriprese, le “coperture" ci sono. Matteo e Daniele prendono il treno di corsa. Io resto sveglia a fissare il soffitto. Penso: "L'ho fatto davvero?"
Mi sembra di vedere Viola che annuisce e se la ride. La nostra stella danzante ha deciso di movimentare le cose ed invertire i ruoli: questa volta sarà lei a starsene comoda sul divano, davanti alla tivù ad ascoltare la mia storia.

Quella che mercoledì 26 ottobre alle 21.10 su La Effe, con l'emozione più grande, racconterò anche a voi affezionati lettori...




Postilla: I casting continuano e se avete voglia di "buttarvi" anche voi come Viola, raccontandovi attraverso i libri che amate, potete contattare la redazione via mai a CASTING@STANDBYME.TV








giovedì 8 settembre 2016

Dai un morso a chi vuoi tu - Un assaggio della Torta Magica di Miriam Ghezzi



"Il punto è che nessuno ti insegna a riconoscere il vero amore. Neanche i professori del liceo o dell’università, malgrado si tratti di un argomento molto più interessante delle commedie di Plauto e più utile dei logaritmi. 
Nessuno ti dice cos’è il vero amore, e tanto meno ti insegna a tenertelo stretto, ma dal lato opposto, sembra che quasi tutti abbiano qualcosa da dire sull’argomento.
Da una parte ci sono quelli che vivono nel mondo delle favole
e che sostengono di dover aspettare l’amore a prima vista; poi ci
sono quelli che il partner perfetto lo trovano almeno una volta al
mese, ma lo perdono altrettanto in fretta; e infine ci sono quelli che,
semplicemente, sono certi che la vita di coppia sia più che altro un
sistema fatto di compromessi e che il lieto fine non esista.
La verità? La verità è che il vero amore esiste, eccome: e c’è un solo modo per descriverlo. 
L’amore è una cosa buona. A volte è amaro, a volte brucia come sale su una ferita, a volte è una fresca zaffata di menta in una vita monotona, a volte ti solletica come il pepe sul palato, ma l’amore, il vero amore, è di una dolcezza infinita, che non per forza fa ingrassare, ma che crea dipendenza e assuefazione.
Certo, direte voi, molto carini questi pensieri sui massimi sistemi,
ma nei fatti, come si può essere sicuri di avere dinnanzi a sé la
persona giusta? Non c’è mica una ricetta!
E qui c’è il coup de theatre. La ricetta c’è: l’ha trovata e trascritta nel 1452 la signora Isotta Tornaquinci, che a un certo punto se l’è vista brutta con l’Inquisizione e ha rischiato di essere arsa viva sul rogo..."

Storie d'amore per appetiti formidabili - estratto dal racconto "La torta magica" di Miriam Ghezzi)


venerdì 22 luglio 2016

Shopping on the beach #2



L'INTRECCIATRICE INDOMITA

Si destreggia sulla playa con un passo da gazzella, esibendo fotografie salmastre di crini arzigogolati, preferibilmente ripresi dall'alto.
Un sorriso colorato come la cascata di perline che scivolano sul telo mare e in un attimo è fatta: la trasposizione è lì, a portata di capello.
Qualche  tocco sul capo, qualche attimo di sofferenza e da anonima bagnante con tanto di ciappo in testa,  ti tramuterai in una splendida perla del Senegal.
E per farlo sei pronta a dimenticare tutto: le pastiglie di lievito di birra inghiottite a stomaco vuoto prima dei pasti,  per tutto l'inverno; il latte disciplinante distribuito con ferrea determinazione al primo alito di nebbia; le spazzole in pelo di cinghiale che, a dirla tutta, ti facevano anche un po' senso.
E allora ignori, con fare eroico, i trilobiti che fanno capolino dal pettinino che ha già accarezzato centinaia di teste prima della tua. L'unica cosa che importa ora è accaparrarsi un barlume di fascino esotico da esibire in pendant con il pareo a fiori di tiaré.
Le mani dell'intrecciatrice indomita dividono con destrezza le tue chiome spaghetto, inumidite da un liquido appiccicaticcio.
Terminata l'opera la salutate con un modesto cenno della mano – non potete certo scomporvi – ma tanto basta a far detonare un tris di elastichini salterelli che si fiondano, con dolore, sul vostro sopracciglio destro.
Imprecate in un doloroso silenzio.
Restate fiere e impettite sulla vostra sdraio alla ricerca della giusta luce per un selfie.
Ma al calar del sole l'incantesimo tramonta: lo specchio della cabina vi restituisce un'immagine distorta.
I nefasti intrecci hanno svelato aree incontaminate della vostra capoccia ai raggi ultravioletti che li hanno intercettati ed arrostiti a dovere.
L'incarnato è più simile al salame spagnolo aromatizzato alle erbe, che al cuore del caramello, come prometteva l'olio di monoi.
L'acconciatura sembra snaturare la circonferenza cranica, che risulta quasi oblunga, in pieno Nerfetiti's Style.
Più che una perla del Senegal somigliate ad un mazzo di asparagi selvatici di San Nicola.
Il grido di terrore si diffonde in tutta la spiaggia e i villeggianti fuggono in preda al panico.
Il bagnino di turno però, sinceramente affranto dai vostri lamenti, vi omaggia di un kit di sopravvivenza composto da un pacco di Tuc al pomodoro secco, un materassino da pilates e una cuffia in silicone con pinnetta da squalo.
Vi rannicchiate nella cabina sgranocchiando un cracker. Sospirate. Sarà una lunga, estate...calva!



martedì 19 luglio 2016

Shopping on the beach #1







Bikini, Panama e abitino in poliestere svolazzante ?  Celo. 
Immancabile per mimetizzare i punti critici.
Protezione cinquanta? Due flaconi da mezzo litro. Okay.
Meglio abbondare.
Repellente per zanzare e bombi... e locuste...e grilli e... cavallette? Tutti presenti.
Prevenire è meglio che curare.
Il vostro trolley è da manuale come i luoghi comuni che in estate pullulano.
Proprio come coloro che, a due granelli di sabbia dal pareo, sono già in agguato, pronti ad ingolosirvi con un irresistibile shopping on the beach.
A cominciare da lui...

IL COCCHIVENDOLO BALDANZOSO

In un'altra vita avrebbe voluto fare il cantante neomelodico. Durante il grande freddo si consola alternando le competenze di parcheggiatore abusivo a quelle di spacciatore di bandane ai concerti, canticchiando offerte speciali sulle note delle pop star.
In estate va a svernare nelle località balneari. Un secchiello color cielo, abbronzatura tropicale, catena dorata come la sua ugola, che dirama onde sonore in tutta la baia.
Propone solo testi rigorosamente approvati dalla SIAE dei cocchivendoli che, per questioni di coerenza, solitamente narrano di eventi miracolosi che avverranno al primo cocco-morso: virilità sommerse che risaliranno in superficie come geyser irlandesi, cuti a materasso che si levigheranno come tatami e infanti capricciosi che, al primo sgranocchio della candida mezzaluna, sprofonderanno in un sortilegio afono e soporifero per  il resto della vacanza.
I più intrepidi del marketing spesso propongono una vantaggiosa vendita abbinata: tre fettine esotiche ed un cd con i loro maggiori successi per soli noveeuroenovanta.
 Quest'ultimo può essere anche esposto sul cruscotto, in caso di necessità, per spernacchiare l'autovelox o come simpatico gadget accanto all'Arbre Magique.

(continua...)







  

lunedì 20 giugno 2016

La sospensione dell'incredulità




Io e la mia amica di letture, acconciature e tribolazioni assortite W. abbiamo deciso, inconsapevolmente, di dedicare due giorni al mese al buttare via dieci euro nella visione di un film brutto.
Non fraintendetemi: questa sorta di cinefilia kamikaze è nata per caso ma ha causato una dipendenza patologica; per cui adesso proviamo un sottile piacere nel sostentamento economico di una multisala periferica, aromatizzata all'olio di mais in cui vige la regola "chi prima arriva peggio alloggia".
I posti sono assegnati in modo automatico dal sistema partendo dalle ultime file, per cui se arrivi in anticipo è meglio che ti giri i pollici per un po' se non vuoi ritrovarti sotto il proiettore, accanto alle uscite di sicurezza.
Ma parlavamo della visione di film brutti, in cui io e la mia degna complice siamo diventate vere professioniste.
L'ultima volta ne abbia scelto uno con tre protagonisti da Oscar, ci siamo anche impegnate voglio dire.
Volevamo qualcosa di adrenalinico, che ci facesse dimenticare perlomeno il rimbambimento uditivo dei trenta minuti di spot precedenti, che ovviamente devi subirti per essere arrivato in tempo.
Una storia talmente coinvolgente da farci scordare l'ignota motivazione per cui il clone di Caparezza fosse stato assegnato dal sistema proprio alla fila davanti alla nostra.
E invece al diciannovesimo minuto di proiezione ci fissavamo attonite.
Eravamo inciampate nell'ennesima boiata.
Il corpo speciale di polizia deve mettere in salvo gli ostaggi, presi da uno sfigato che per farsi valere irrompe in un programma tv e  minaccia di sbudellare un Clooney con un giubbotto da pesca imbottito di tritolo, il Salvatore in divisa si accosta ad una di loro e, con lo stesso pathos con cui William Collins chiedeva in sposa Elizabeth, sussurra alla vittima potenziale qualcosa tipo "Prego, mi segua attraverso l'intercapedine".
No, forse mi sono persa un pezzo.
Siamo nel cuore di un'azione in cui il tipo, in diretta tv, se stacca il pollice da un pulsante anche solo per grattarsi il naso riduce tutti come spaghetti alla chitarra e la testa di cuoio addestrata sussurra "Prego mi segua attraverso l'intercapedine"?
Ma qui dobbiamo talmente sospendere l'incredulità che alla fine l'unica cosa che ci è chiara è che siamo lì, ma non vorremmo esserci. Ed abbiamo pure pagato per esserci.
Cosa non ha funzionato? 
Leggiamo le recensioni, guardiamo i trailer e pensiamo che siano vere. Ci caschiamo come pere cotte al primo appuntamento, quando il tipo viene a prenderti, ti fa il baciamano, apre la portiera del macchinone e paga anche il conto del ristorante stellato.
Un mese dopo non sai perché sei seduta con lo stesso tipo su uno sgabello unto di un kebabbaro, la macchina – paffete – si è smaterializzata e il suo sguardo – a proposito come mai non vi eravate accorte di quel leggero strabismo? – si è appiccicato come pasta gengivale sugli short di una studentessa che ha un terzo della vostra età.
Una fregatura insomma.
Come il film precedente che era inserito nel genere "thriller, drammatico, noir" anche con sfumature di commedia.
In effetti ci veniva da ridere non appena sentiti i nomi da cartoni animati dei protagonisti Molly, Tilly, Teddy.
Okay niente pregiudizi e proviamo a concentrarci sulla trama.  
Ma quale?
Perché a parte uno splendido abito rosso e una scatola di biscotti alle... ehm... erbe miracolose donate in una scatola di latta ad una vecchietta non accade molto altro.
W. freme sulla poltroncina accanto alla mia. "Ma che roba è ?" continua a dire.
"Dai, vediamo, magari migliora!"
Ah ecco sì, inizia una storia d'amore. Ma non era un thriller?
Okay, accontentiamoci e cerchiamo di non fare le carampane polemiche.
La sartina portatrice di sventura cede al corteggiamento del più bello di un paese grande come una goccia di saliva, con lo stesso appeal degli interni della sua roulotte sudicia.
E forse non è sua nemmeno quella.
Nella notte più romantica i due piccioncini salgono a vedere le stelle sulla piattaforma di un silos e mentre disquisiscono di sciagure, sventure e disgrazie, lui la chiede in sposa.
Potrebbe fermarsi lì ma niente. Il decerebrato vuole strafare: deve darle la prova d'amore.
Che non consiste nel trovare un cucciolo che stia in un gheriglio di noce, nell'affettare teste di drago come mortadelle al pistacchio o, in una rivisitazione moderna, farle dono di una Singer con 173 punti, piedino regolabile e ago gemello, che arriverà il giorno dopo grazie ad Amazon Prime.
E nemmeno nel rivelarle che Dolce e Gabbana saranno i loro compari d'anello.
Queste sono cosucce.
Lui vuole dimostrarle non solo che l'ama ma che lei non porta sfiga come si mormora, nemmeno tanto sottovoce, nel micragnoso e desertico paesello.
E allora che fa? Come si dimostra nel 1950 alla propria amata che tutto ciò che si dice su di lei è falso e tendenzioso?
Suvvia, è facile. Aprendo il silos e tuffandocisi dentro.
Ovvio no? La storia è piena di spasimanti che si tuffano nei silos per giurare amore eterno.
Quasi rimpiango le serenate tamarre del Boss delle Cerimonie. Sento un desiderio improvviso di un anello al mignolo. Spasimo dalla voglia di cercare su Spotify Gigi D'Alessio. Vorrei un assaggino di un cosciotto di agnello flambé.
Ho pagato dieci euro per vedere un deficiente che salta in un silos?
"Ma che scherziamo?" domando a W. che se la ride come una matta.
"Non sarà mica saltato davvero? "
No, non è possibile. Adesso quell'idiota spunta fuori di nuovo, magari in coppa ad un marsupiale con un cartello tipo "Ci hai creduto, faccia di velluto!" e tutti i paesani che applaudono.
E invece no. Quello ci rimane proprio stecchito. Ovviamente se ti tuffi dentro un silos non è che puoi aspettarti chissà cosa. E intanto la povera Molly si convince pure, a ragion veduta, che un po' di tigna la porti davvero.
E di nuovo mi è tornata in mente la sospensione dell'incredulità. Ho pensato al romanzo che sto scrivendo.
A cosa accadrebbe se la mia editor leggesse qualcosa tipo. "E lui, per dimostrarle tutto il suo amore la condusse sulla cima di un silos, aprì la botola con delicatezza, si allentò il nodo della cravatta regimental, indossata per l'occasione e poi si tuffò, a volo d'angelo in mezzo ad una montagna di sorgo. Lei, nel frattempo, attese il consueto quarto d'ora accademico in cui continuò a non muoversi una foglia. Slacciò le Manolo Blahnik sfoggiate per l'occasione e pensò che le era andata proprio bene. Con che razza di cretino stava per convolare a Nozze?
L'aveva scampata per un pelo. Anzi per un seme. Che anzi le aveva fatto venire un'idea mica male.
Arrivò a casa e qualche mese dopo avviò la sua start up di Import Export saggina e visse per sempre ricca, felice e ...  rigorosamente single!

(copyright Monica Coppola - Special Guest Wanda Biancolini :))






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