martedì 5 settembre 2017

La metamorfosi (e la Vita Nuova).




E' accaduto qualcosa che non so spiegare.
Sono partita, beata e contenta, verso la mia estate sarda e Gabbanica  con la speranza di trovare al mio rientro una Vita Nuova.
In parte, sono stata accontentata.
Che ci fosse qualcosa di molto diverso l'ho scoperto, anche io come Gregor Samsa, il mattino in cui mi sono ritrovata a tu per tu con gli abiti lasciati nell'armadio: dopo settimane di parei multicolori (indossati molto più stile cappio à porter che bella polinesiana di Gauguin) era giunto il momento di rientrare nel tran tran quotidiano. E nei miei panni.
Ri-entrare, appunto. 
Impresa che stavo tentando anche con l'ausilio di tecniche yoga e apnea, senza produrre alcun risultato: la cerniera del tubino nero, che avevo scelto di indossare,  si era mossa a stento per pochi, faticosissimi, centimetri ed ora si rifiutava di salire più a nord.  
A sud dell'abito la situazione era pressoché invariata e,  sui  rilievi gluteo-tondeggianti, si intuiva un principio di smottamento delle cuciture laterali.
Il vestito, in modo inspiegabile, si era ristretto durante la mia assenza!
Davvero una curiosa mutazione...
La stessa che sembrava affliggere anche gli adorati pantaloni capri che, proprio all'altezza del giro vita, ora  presentavano una distanza incolmabile, come se asola e bottone fossero due amanti estivi, residenti agli antipodi dello stivale, costretti a dirsi addio per sempre.
Ma, come insegna il buon Sherlock, due indizi non fanno una prova e allora eccomi, sull'orlo dello strappo e  del mistero, alla ricerca del terzo elemento d'indagine: l'abito provenzale a campana.  Oh, sì,  proprio quello che avevo indossato ad inizio vacanza per inaugurare la mia prima Sagra di paese!
La prima di una lunga serie...
Al solo pensiero ecco che mi sovviene il crepitio del maialetto sulla brace, lo sfregolio della salsiccia con i malloreddus, la morbidezza arrendevole delle sebadas, il vivace solletico del pecorino: tutta l'allegra Banda Bontà che ha alleggerito la mia estate.
Del resto un diversivo alla canicola andava trovato. 
E, a proposito, ecco che la tv annuncia che è in arrivo Polifemo, la settima ondata di caldo. Dopo Caronte e Nerone ora tocca a lui.
Insomma non c'è tregua. Questi anticicloni nordafricani ormai sono dappertutto.
Vuoi vedere che mentre ero in vacanza si sono intrufolati abusivamente in casa e mi hanno manomesso i vestiti? Sì, devono essere stati loro.
Oppure quelle brioscine -meteoriti che ora piovono dovunque, sbatacchiando ironie intorpidite e coscienze, più candite che candide, che ci asfissiano anche peggio degli anticicloni.
Comunque tutte queste riflessioni hanno messo un certo languorino.  Mi sa che l'enigma del restringimento tessile dovrà aspettare.
Chiudo l'armadio, annodo un pareo in grado di circumnavigare la mia vita- nuova e vado a prepararmi un piatto di culurgiones. 
Che a pancia piena il capro espiatorio si trova sempre meglio. 
Che a mente vuota...

Buondì a tutti ;)

giovedì 20 luglio 2017

Decadance di Miranda Martino





Alzi la mano chi declina il proprio anno come fosse un anno scolastico. Presente! Per me tutto finisce il   31 /08. Capodanno è il primo di settembre mentre gli ultimi giorni di agosto segnano il momento del bilancio: la pesa dei mesi trascorsi, il ricordo di ciò che di buono c’è stato, l’accantonamento delle voci in negativo, il revival di una modalità infida eppure attraente, come una palude travestita da laghetto di montagna: la lista dei buoni propositi. Ora però siamo a luglio e non è ancora tempo di bilanci ma di bilancia. Chi è quella scamorza riflessa nel mio specchio? Chi è quello sharpei in mutande e reggiseno che mi fissa come se mi conoscesse? Sono io. Già. Un girovita mollemente terrazzato che neanche le Cinque Terre. Se è vero che “mens sana in corpore sano” dalle mie parti la comunicazione mente corpo è interrotta. È caduta la linea. Come recuperare? Mi ponevo questa domanda un giorno che, trascinandomi in un negozio di videogame, cercavo un gioco da regalare a mio figlio. Qui deve essere accaduto qualcosa di inspiegabile, un momentaneo calo di tensione dei neuroni. Al risveglio ero alla cassa con in mano una copia di “Just Dance”. So che molti di voi conoscono questo gioco della Play Station ma lo descriverò a beneficio di chi, come me, vive nelle tenebre tecnologiche. Ci si pone davanti allo schermo tenendo saldamente in mano una sorta di cono gelato luminoso. È un controller a sua volta collegato ad una webcam che rileva i vostri movimenti. A questo punto si sceglie un brano e si balla, possibilmente seguendo la figura guida sullo schermo e cercando di imbroccare i movimenti giusti. Se ci riuscite la consolle vi elogerà come un mamma inglese che commenta la pagella del figlio secchione: good! Perfect! Innocuo nevvero? No. Quello che pare un karaoke danzereccio è un sanguinario harakiri.
Ho acquistato “Just Dance” con due obiettivi:
a) divertirmi con mio figlio                                                                 b) dimagrire divertendomi.
Avete notato che ho declinato per ben due volte il verbo “divertirsi”? Quante aspettative disattese. Sì perché:
a) mio figlio non è interessato al ballo e, quando mi asseconda, vince tutte le sfide perché ha capito che basta muovere la mano che tiene il controller nel modo giusto per prendersi i complimenti della consolle e accumulare punti. Per cui, interno giorno: un adulto e un bambino davanti allo schermo. Musica a palla. L’adulto si dimena come preda di un rito sciamanico e non prende un movimento, il piccolo sta fermo e muove solo la mano che tiene il controller. A voi la deduzione sullo stato mentale di entrambi.
b) ballare così non fa perdere un etto. Garantito. Ci guadagnate però tutti i dolori articolari censiti dal Ministero della Sanità .
Chi me lo ha fatto fare?
1981: Heather Parisi e le sue “Cicale”: ricordo che guardavo questa Barbie animata cantare: “delle cicale ci cale ci cale ci cale… della formica invece non ci cale mica…” e provava ad imitare la sua coreografia, più facendo le smorfie con la faccia che eleganti gesti motori.
1987: “Dirty Dancing”. Baby. La fanciulla bruttina e legnosa che impara a ballare e conquista il bello del villaggio turistico. Baby sei stata la mia eroina, la rivincita delle simpatiche vs le strafighe, la rivalsa al grido di: “nessuno può mettere Baby in un angolo!!!” Eccheccazzo! (N.d.A).
Ma ciò che ha realmente cambiato la mia esistenza è stato il film “Flashdance”: la storia di una saldatrice ballerina. Ecco, io ho più o meno l’agilità della saldatrice. Spenta. Ah Jennifer Beals, quanto ti ho invidiata e adesso che mi dimeno senza neanche la dignità dei tuoi scaldamuscoli, mi sento come Nanni  Moretti in “Caro Diario”:
(…) in realtà il mio sogno è sempre stato quello di saper ballare bene. Flashdance si chiamava quel film che mi ha cambiato definitivamente la vita. Era  un film solo sul ballo. Saper ballare. E invece alla fine mi riduco sempre a guardare, che  è anche bello, però è tutta un’altra cosa. 
Ogni giorno indomita provo a superare i miei limiti fisici, imponendomi un rigido protocollo: zampettare da una piastrella all’altra, stillare sudore e paralizzarmi dal dolore. Dalle stille alle stalle. Acciaccata vedo le stelle, talvolta anche la luna e mi sovvien Leopardi: la vita è fatica e lui lo ha ben scritto, incastonato in un fisico che pareva una beffa.
Che fai tu, luna in ciel? dimmi, che fai, silenziosa luna?
(...) Ma tu mortal non sei, e forse del mio dir poco ti cale.                                                                                                   

Cicale Cicale Cicale.

Copyright Miranda Martino

sabato 1 luglio 2017

Il mito nella caverna. Ovvero, la coppia al cinema.


Ed ecco qui che, a grande richiesta torna a farci visita Massimino.
E ci racconta cosa pensano realmente i nostri compagni di vita (e di multisala) quando li costringiamo a sorbirsi in Full HD la visione dei nostri perduti sogniOrmai sbiaditi come le mutande (sempre le sue, per inconsapevole vendetta) al secondo lavaggio. Perché anche i tessuti come i cinema, si sa,  non sono più quelli di una volta. 
Gli agognati templi dell'amore, in cui senza passare dalla tortura del posto assegnato, ci si rifugiava nelle poltroncine in ultima fila, sfiorando il gusto del proibito e delle patatine al formaggio portate da casa. 
Ma solo il lunedì quando il biglietto costava meno. 
Lettori e lettrici, buio in sala e parola al Dé Gorgus.
Buona Visione!




Entrare con la fidanzata nella hall luccicante di un cinema multisala ti fa sentire per un attimo come se stessi per sposarti. Il mondo si sta schiudendo davanti con le sue infinite possibilità. Tu stai pensando al sesso. Lei all'amore. E alla fine ti tocca il film d'amore.

Eh sì, perché la scelta del film è stata l’ultima fase della negoziazione che si è scatenata nell’agone duale sin dal venerdì pomeriggio.
Quando già sai che alla fine lascerai a lei la scelta del titolo. Perché lei il film lo selezionerà sicuramente più intelligente del tuo. D’altra parte, di cosa potrebbe parlare con le colleghe il lunedì se accettasse la domenica sera di vedere il tuo Fast & Furious 8?

Il problema è di cosa possa parlare io coi colleghi quando m’è toccato sciropparmi La La Land. Meglio presentarmi in ufficio con gli occhiali scuri, dichiarando in stile politico un’uveite del fine settimana, con la speranza che nessuno mi abbia individuato nel multisala.

Ma è già il concetto di multisala che mi indispone. Voglio dire, da ragazzino, a Livorno, le sale erano tutte in centro. Si prendeva la bicicletta, si faceva il giro degli amici, si arrivava in 10 minuti sudati e contenti a vedere i film fantasy, o western. Ora a Livorno, la sera in centro, è rimasta l’ambientazione da film western: polvere, qualche ubriaco per strada e balle di rotolacampo che passano portate dal vento.

Perché ora i cinema delle città italiane sono fuori dalle città italiane, nelle zone degli orrendi centri commerciali. Dentro hanno colori sparati, l’odore di burro fuso e disinfettante nell'aria, tipo Autogrill, o mensa dell’ospedale.

E poi le casse. Tutte col display ansiogeno, quello che lampeggia il numero di posti rimanenti, in progressiva diminuzione. Che alla fine, nella sensazione di star perdendo l'ultima chance nella vita, ti vien voglia anche a te d'andare a vedere La La Land!

E allora, sgomitando, compri i due biglietti. Coi posti assegnati automaticamente: i migliori, computerizzati, indiscutibili. Per scoprire poi che dentro sei in una platea da 300 poltrone, e ci sono solo 7 coppie a sedere. Però tutte piazzate obbligatoriamente in fila, una davanti all'altra.

Così, dopo la pedata d’unghia d’alluce sullo scalino e l’imprecazione soffocata, ti sforzi per vedere al buio il numero sul biglietto. Finché non lo illumini con la torcia del telefono e lei ti scorge l’ultimo whatsapp che hai inviato agli amici prima d’entrare: “Che palle, m’è toccato andare a vedere La La Land!”.

E mentre lei ti guarda male, vi sedete al vostro posto, rigorosamente dietro l’ultima coppia, giusto in tempo per le pubblicità finali, quelle dei negozi e delle società di provincia.
Le réclame con l'immagine fissa, la belloccia truccata male, la scrittina verde con la partita IVA e la ragione sociale dell'attività: prima il cognome e poi il nome del proprietario.

Ma finalmente parte la musica e comincia il rutilante La La Land. E dopo due ore e un quarto, quando scorrono i titoli di coda e si riaccendono le luci, l'effetto è quello di essere sorpreso nell'intimità, di svegliarti nel tuo lettuccio con un mondo di estranei che ti guarda. Tenti di commentare qualcosa d’intelligente, fingendo d’esser stato sveglio. Ti alzi coi pantaloni sommersi dai popcorn che ti sei rovesciato addosso. Provi a riacciuffarne un paio belli grandi dall'incavo della poltrona, ma lei ti fulmina con lo sguardo

Così ti avvii all'uscita, che credi sia l'opposto dell'entrata. Eh no! Perché un tempo l'uscita, trionfale, era dalla stessa parte dell'ingresso. Ma con questi maledetti multisala sotterranei, siamo pedine di un processo industriale: esce uno, entra l'altro.

E allora dopo il film ti fanno salire in fila indiana dai bugigattoli, dalle scale della vergogna, dagli antri fetidi. Come se degli amici ti invitassero a casa e dopo averti offerto la cena, ti dicessero: "Vabbè, ora arrivano altri ospiti, ti spiace levarti di torno? Già che ci sei, pìgliati il sacchetto dell’umido. Passa pure di qua, dalle cantine".

Questa è l’uscita dal multisala. Quando hai finito di risalire dagli inferi, improvvisamente non si sa come ti ritrovi per strada in un angolo buio in mezzo ai bidoni della spazzatura, a 500 metri dall’ingresso del cinema.

E da lì riesci a scorgere a malapena la hall luccicante e il grande cartellone coloratissimo: “Imperdibile! Oggi Fast & Furious 8”.

Copyright  Massimino Dé Gorgus


Ecco dunque la sintesi del "Senso di Massimino per i Multisala".
A dire il vero qualcosa in proposito l'avevo scritto anche io. E lo potete leggere QUI.

E voi, invece, cosa ne pensate? Potete dire la vostra qui o su Twitter 
direttamente a Massimino @MDeGorgus e alla sottoscritta @violavertigini

Tanto, con questo caldo, non penserete mica di andare al cinema no? ;)


martedì 20 giugno 2017

Le Olimpiadi dell'Elastico.



Quando ero piccola l'estate spuntava insieme ai pantaloncini da basket, le code più alte per non sudare, e le magliette con gli stampi che scomparivano al primo lavaggio.
Aveva il sapore dei ghiaccioli (per i torinesi stick) comprati con gli spiccioli che la mamma mi lanciava dal balcone, appallottolati nei tovaglioli di carta.
Chiudevano le scuole e palpitavano i cortili. Il divieto di giocare a palla ancora non c'era e, quando c'era, non se lo filava nessuno.
La mia estate la trascorrevo lì, a scorrazzare intorno a quel cerchio di cemento, chiuso da un cancello che si apriva al primo soffio di vento. In quel cortile mi sbucciavo le ginocchia o le banane a merenda quando i soldi per il gelato non c'erano. Coltivavo amicizie e anticorpi scambiando chewingum di seconda mano (per i torinesi cicles)  o bevendo a canna succhi di frutta barattati a metà. Anche da bambini valeva sempre la stessa regola: l'erba del vicino è sempre più verde (e quindi la sua merenda più buona della tua).
La cosa peggiore che poteva capitare era una secchiata d'acqua da qualche balcone, accompagnata da parole che era meglio non ripetere. Se le mamme ci sentivano (e ci sentivano sempre perché le mamme degli anni Ottanta erano dotate di orecchio bionico) scattava il castigo e in cortile non ci facevano scendere più.
I bambini più fortunati partivano con i nonni per tre mesi di villeggiatura oppure andavano in Colonia.
Avrei voluto vedere anche io questa benedetta Colonia di cui tutti parlavano.
La immaginavo una versione estiva del Paese dei Balocchi: mare, sole, castelli di sabbia e gentili signorine pronte a esaudire ogni desiderio.
I miei non mi mandavano mai però. Mia  mamma  diceva che per andare in Colonia  serviva  tutto un corredo monocromatico di mutande, calzini, magliette e quant'alto che costava un patrimonio. Con tutti quei soldi, ci usciva una settimana di campeggio a ferragosto. E poi io mi divertivo così tanto in cortile!
Il che era anche  vero almeno fino a quando si giocava a Nascondino, Ce l'hai, o Strega tocca colore; diventava discutibile quando ai giochi d'azione subentravano le avventure delle Barbie, spesso finte e con un abbigliamento precario ai limiti della decenza; si trasformava in tragedia quando spuntava lui: l'Elastico.
Perché sempre sul più bello arrivava qualche bambina nuova con un ghigno furbetto, un elastico da mutanda lungo pressappoco un metro e mezzo e uno spirito atletico che aveva deciso di palesarsi. E, come se niente fosse, proponeva gare di salto con variante singola o a coppia, a eliminazione diretta.
Le Olimpiadi dell'Elastico si inauguravano così.
Per  me, che non andavo oltre i cinque minuti di gloria del salto al polpaccio, iniziava l'inferno.
Mi tramutavo in qualcosa di simile alla Bambina Sfinge: in stato semi catatonico dovevo passare interi pomeriggi a fare da palo umano per le  amichette saltatrici. Che,  nei giorni più lieti,  si prodigavano a zampettare allegramente anche fino al tramonto.
Per far passare il tempo fissavo i balconi dei palazzi di fronte e fantasticavo sui panni stesi.
Avevo notato che i bucati del lato destro erano sempre più allegri. Volteggiando nell'aria, diffondevano note delicate di Coccolino. Illuminavano, con le loro tinte vivaci,  i terrazzini degli appartamenti più grandi, quelli con due camere e tinello.
Sul lato sinistro, riservato alle camere e tinello, i fili per stendere invece si rimpicciolivano come i metri quadri degli alloggi. Dai balconcini penzolavano soprattutto tute, blu o da ginnastica, intervallate con qualche canottiera a costa larga che profumavano di soffritto nei giorni feriali e di ragù in quelli festivi.
Far asciugare i panni al sole era comunque un lusso spesso riservato solo ai piani alti del condominio.
Quello dove abitavo io aveva cinque piani per cui, sui panni stesi dei piani precedenti poteva piovere un po' di tutto, a seconda delle stagioni: semi di anguria o noccioli di ciliegia nei mesi estivi e gusci di nocciola o bucce di mela in quelli invernali. Le briciole, invece, erano un evergreen.
I più fortunati erano gli abitanti dell'ultimo piano: i loro bucati dovevano fare i conti solo con le cacche dei piccioni. Ma, se mettevi una girandola colorata, si spaventavano e se ne migravano altrove,  alla ricerca di altre toilette
Comunque, proprio quando avevo preso gusto alla mia Indagine dei panni stesi, le Olimpiadi dell'Elastico vennero interrotte. La proprietaria dell'elastico annunciò fiera che se ne andava in Colonia.
Si chiamava Romina, era capace di saltare fino all'altezza del collo, aveva la Barbie vera e abitava al quinto piano.
Certa gente, pensai, ha davvero tutte le fortune.

Copyright Monica Coppola - Grafica Mariateresa Di Mise

mercoledì 31 maggio 2017

Arriva in libreria il "Manuale di prevenzione amorosa per donne single" di Gaia Parenti

Che siate in cerca di un fidanzato o felicemente in coppia poco importa. Per capire meglio "di che pasta è fatto" il Gentiluomo che bazzica al vostro fianco o che vi piacerebbe molto lo facesse,
arriva in libreria il "Manuale di prevenzione amorosa per donne single" di Gaia Parenti. Leggerlo non ha nessuna controindicazione a meno che non siate inciampate in qualche "furbetto" che di azzurro, forse,  ha solo le scarpe. Tipo quelli descritti qui sotto...
In bocca al lupo a Gaia per questo debutto. E occhi aperti sulle avvertenze di PsicoGaia :)


Edizioni Ultra

In tutte le librerie dal primo giugno
“Manuale di prevenzione amorosa per donne single”
di Gaia Parenti
  
Eccolo qui, il manuale salvavita definitivo per donne single (e principesse “prendimi e portami via”) che vogliono sopravvivere in una realtà maschile decisamente caotica. Sono tante le tipologie sotto le quali gli uomini cercano di nascondersi pur di fuggire a loro stessi e a una relazione amorosa: l’uomo non ancora pronto, il seduttore indeciso, il gaudente al secondo giro di boa… Basta focalizzare il bugiardo in questione, con il suo principio attivo, gli effetti collaterali e la modalità di assunzione e poi seguire le relative avvertenze, utili per godersi nel modo più appropriato (se proprio lo si desidera) queste relazioni, ma soprattutto per evitare di rimanere intrappolate in storie che non vanno, e mai andranno, nella direzione dell’amore. Gaia Parenti, psicologa in prima linea nel pronto soccorso del web, ci offre un godibilissimo bugiardino da bag che sbugiarda in modo sano anche le donne, i loro pensieri e i comportamenti fallimentari che ripetono cronicamente all’inizio di una relazione. Una presa di consapevolezza ironica e concreta che può essere assunta, proprio come un farmaco, al momento del bisogno.


Gaia Parenti
Nata nel 1976 a Firenze, si ritiene una sopravvissuta dell’amore e si diverte a esercitare la scoperta dell’universo maschile e femminile in tutte le sue sfaccettature. È cresciuta con la sua rubrica PsicoGaia nel Diario di Adamo di «Vanity Fair», portale al quale offre anche i suoi esperti consigli nella sezione “Benessere”. Ha collaborato con diverse riviste femminili, fra le quali «F» e «Donna Moderna». Il Manuale di sopravvivenza amorosa per donne single è il suo primo libro.





venerdì 19 maggio 2017

Ecco a voi...Massimino Dé Gorgus!


Questa volta sul blog arriva un ospite speciale Massimino Dé Gorgus, che forse avrete già avuto il piacere di leggere sul Diario di Adamo di Vanity Fair.
Chi si nasconde dietro questo pseudonimo?
Ecco alcune opzioni:
1) Un professore di spagnolo con la passione per i monologhi umoristici e un debole per le rotelline di liquirizia;
2) Il cugino di sesto grado di Andrew Crofts; 
3) Uno stimato professionista che di giorno rimbalza da regione a regione ma, al calar delle tenebre, si diletta con penna e calamaio;
4) Elena Ferrante.

Io sono stata fortunata perché ho avuto il piacere di incontrarlo.
E, con la mia faccia tosta, gli ho chiesto se aveva voglia di scrivere qualcosa qui.
Lui, sprezzante del pericolo e del rosa, ha accettato.
E siccome è un galantuomo ha aperto la portiera della sua macchina (usata ma tenuta bene) e ci ha fatto entrare...
IL PRIMO MOTORE MOBILE
di Massimino Dé Gorgus





Ebbene sì, ho comprato l'auto nuova. In realtà usata, ma tenuta bene. Anche perché la mia fidanzata insisteva. D'altra parte è giusto venire incontro alle esigenze della propria donna. Sennò, quando usciamo la sera, dove potrebbe buttare i kleenex dopo essersi soffiata il naso, e i chewing-gum masticati, strizzati nella stagnola e col prolasso?
Perché non dimenticatelo: un calzino inopinatamente dimenticato per terra in bagno è il sacrilegio massimo, l'affronto indelebile che potete fare alla donna con cui convivete.
L'automobile invece è la dimostrazione che esiste un mondo parallelo, fatto di antimateria. Quella che lei deposita senza sensi di colpa nell’abitacolo.
E allora, alle tue flebili proteste dopo aver trovato la cartaccia d’un Mon Chéri trasudante cioccolato nel cruscotto, fra la Carta di Circolazione e i documenti dell'assicurazione, ti sentirai rispondere che sei un fissato. Che vuoi più bene all'auto che a lei, che gli oggetti non devono diventare status symbol. Mentre ti intima di prenderle la borsa Gucci sul retro, perché lei si sta allacciando le scarpe Manolo Blahnik e non ci può arrivare.
Che poi a me dell'auto non è mai interessato un granché. E non lo dico per fare l'intellettuale da strapazzo, di quelli che amano uscire con "Avere o essere?" di Fromm sotto il braccio. E poi se lo slogano, il braccio, per farsi il selfie tutti emozionati quando scorgono in centro una Ferrari. Di solito parcheggiata rigorosamente in divieto di sosta.
No, io le auto non le conosco davvero. Soprattutto i modelli.
All'esame di scuola guida il mio problema più grande fu quando l'ingegnere della motorizzazione mi intimò: "Accosti dietro al 105".  Mi avesse detto almeno il colore!
Avrei evitato nella strada a senso unico l'inversione per cercare i numeri dispari. E l'inspiegabile bocciatura.
Ma quando finalmente ho avuto il pezzo di carta, la mia vita è cambiata totalmente. E non sto parlando della laurea, ma della patente. L'unico attestato che in Italia ti permette di fare un po' di strada.
E che ti fa entrare nel mondo adulto, quello fatto di competizione vera e assenza di pietà.
Perché da bambino ti insegnano che devi aiutare ad attraversare la signora anziana che cammina piano. Da grande e patentato ti ingiungono che se non le sbraiti contro, alla vecchia che guida piano, sei un mezz'uomo. Sfigato, e pure impotente.
A maggior ragione se non accetti anche tu di scatenare l'inferno nell'arena gladiatoria della zona semaforo, in città come Milano. Dove ormai vige la clacsonata preventiva, quella di chi suona ora col rosso perché il verde si accenderà poi. E inveisce contro quelli davanti nella fila, colpevoli di non essere ancora scattati in falsa partenza.
Ma in fondo nelle metropoli puoi sempre evitare di prendere l'auto e affidarti ai mezzi pubblici. Che ti permettono, anche nella frenesia della giornata lavorativa, di ritagliarti del tempo per riflettere. E apprezzare ancora una volta l’immortale saggezza di Eraclito l’Oscuro e il suo apodittico “panta rei”, tutto scorre. Tutto, tranne evidentemente l’autobus dell’ATAC che stai aspettando da un paio d'ore, sotto la pioggia, a Roma.
Devo ammettere invece che i viaggi lunghi in auto, quelli verso città lontane, hanno ancora un loro fascino, un’aura d’avventura.
Lì, in autostrada, l’esistenza ti rende partecipe dei più archetipici stadi sul cammino della vita: le epopee del nomadismo, le transumanze rituali, i viaggi iniziatici. E la sosta pipì all'Autogrill.
Che è l’unico aspetto del tragitto che in realtà ti dà appagamento. Perché appena accosti, già pregusti la soddisfazione di sapere che tu potrai entrare trotterellando nel bagno per gli uomini. Mentre la tua fidanzata, con gli occhi imploranti che ti guardano allontanarti, si accoda all’ultimo posto nella fila delle donne: un serpentone tipo Centro Commerciale di Tokyo all’uscita del nuovo modello di iPhone.
Così poi in bagno davanti all’opera di Duchamp, mentre stai facendo affogare il dischetto di canfora, hai la conferma che qualche prerogativa nell'essere nato maschio ce l'hai ancora. E forse almeno questa non cambierà mai.
Dopo ti lavi le mani, di solito solo se già c'è stato qualche scambio d'occhiata coi presenti, e ti asciughi. Ma qualcuno li ha mai sperimentati davvero i phon per le mani? Perché diciamocelo, quell'arietta tiepida zufolata non ha mai asciugato nessuno. Di sicuro non le mani pelose come le mie, che le ho tipo la Bestia di Disney. E alla fine mi tocca sempre strusciare i dorsi umidi sui pantaloni e fare la figura dell'incontinente.
Ma adesso, con gli sviluppi galoppanti della tecnica, hanno inventato i nuovi asciugatori, quelli a fessura, tipo bocca della verità. Che, mentre ci infili le mani, ti chiedi sempre se ne usciranno fuori. E che quando si attiva il flusso d’aria, ti viene da pensare: “Ma qua dentro, tutte ’ste gocce nebulizzate coi batteri degli altri ora finiscono sulle mie dita?”.
Ma non c’è tempo per riflettere: appena esci dal bagno, individui lei che adesso sta aspettando al terzultimo posto della fila. E le dici: “Cara, ti prendo un kleenex dalla borsa”. E invece le freghi il portafoglio. Così non potrà comprare tutte quelle schifezze, tipo chewing-gum e Mon Chéri.
Che sennò se li mangia mentre guidi. E poi ti fa trovare tutte le cartacce trasudanti cioccolato nell'abitacolo della tua automobile appena comprata nuova. In realtà usata, ma tenuta bene.

copyright Massimino Dé Gorgus

Vi è piaciuto questo viaggio sulla macchina del Dé Gorgus?
Le mie ansie da parcheggio, le clacsonate al giallo e compagnia bella, ve le avevo già raccontate qui.
Ora la parola a voi, cari lettori.
Volete fare una class action a difesa delle vecchiette sulle strisce pedonali e non? Avete un'idea per brevettare una choco-car-bag adatta all'incarto dei Mon Chéri?
Massimino ed io aspettiamo manie e confessioni di patiti d'auto (e non) cinguettando a @MDeGorgus e @violavertigini.
Raccontateci in che modo appallottolate i kleenex e se, anche voi, soffrite di ipocondria da asciugamani a fessura.
Noi, intanto, pensiamo a come organizzare il prossimo viaggio in blog ;)








martedì 2 maggio 2017

Tempo di Libri e ...di fantasmi!





Cronaca Semi-seria di due "sabaude" in trasferta a Rho-Fiera
di Monica Coppola e Miranda Martino
Vi è mai capitato di sognare un ambiente e poi di descriverlo più o meno così: “ho sognato che ero al Salone del Libro” ma non era proprio uguale...
Da torinesi in trasferta questo paragone è inevitabile perché frequentiamo il Salone da quando è nato. È cresciuto a Torino e noi siamo cresciute con lui. A nulla sono valsi i tentativi di rinominarlo “fiera”. Per i torinesi  è il Salone.  Quest’anno però gli è nato un fratello, Tempo di libri, residente a Milano-Rho. Questa fiera ha visto la luce tra numerose polemiche. Noi ci siamo state sabato 22 aprile e vi raccontiamo cosa ci è piaciuto.
La Fiera all'apparenza sembra identica a quella del capoluogo torinese ma con la variante della moltiplicazione per eccesso.  Gli spazi sono immensi, tanto che si fa fatica ad orientarsi. 
A cominciare dal parcheggio in cui vaghiamo una buona mezz'ora prima di trovare l'entrata.
Le sale delle conferenze che Lingotto contrassegna con i colori qui hanno i caratteri tipografici.
Spiccano i grandi brand, che la manifestazione hanno fortemente voluto, ed abbiamo abbiamo l'impressione di passeggiare nella libreria di un centro commerciale, ma amplificata all'ennesima potenza.
Ma, facendo uno slalom attento tra gli stand dei Colossi, qualche chicca da gustare c'è: come i  Cofaletti, packaging letterari che contengono libri d'autore ispirati a prodotti di massa (dalla pasta al detersivo) l'area relax con materassone, bagni senza code, bar e spazi snack a distesa spazi bimbi a go-go, e padiglioni di show cooking che si alternano agli stand stimolando l'appetito di pancia, forse ancora più che quello intellettuale. Ha un che di familiare sfogliare un libro ed essere avvolti dal profumo di soffritto: noi , da vere donne multitasking, spesso leggiamo davanti ai fornelli.
Il programma di incontri è molto fitto e di tutto rispetto: piatto ricco mi ci ficco, tanto che è difficile scegliere.
Il lato positivo è che puoi vedere i tuoi idoli, in carne e inchiostro, senza le code sfiancanti che spesso demotivano al Salone del Libro. Qui la ressa non c'è. Forse per gli spazi ampi  o forse perché l'affluenza è nettamente minore ma non approfondiamo.
Noi scegliamo l’incontro con Vanna Vinci, presentata da Chiara Valerio, curatrice del programma di TDL . l’occasione è il romanzo illustrato Aida al confine. Scritto e disegnato da Vanna Vinci, la sua prima uscita per Kappa Edizioni  è del 2003 (traduzione franco-belga, Aida à la croisée des chemins, ed. Dargaud, 2008) e nel 2017 torna, arricchito di contenuti inediti, per Bao Publishing. Questo libro si porta egregiamente i suoi 14 anni. Se siamo qui a parlarne, in un mondo editoriale dove i romanzi hanno scadenze più brevi dello yogurt senza conservanti, significa che possiamo considerarlo letteratura resistente.
Da qualche anno in Italia les bande desinées sono considerate con la dignità culturale che meritano. E merita Aida al confine, ambientato a Trieste in una città che appare sospesa. Qui Aida incontrerà i fantasmi dei suoi nonni, che la condurranno attraverso un viaggio nel tempo e nello spazio, dalla Grande Guerra ad oggi. I morti compaiono quando hanno ancora delle faccende da risolvere e per farlo hanno bisogno dei vivi.  Da questa riflessione si diramano citazioni e racconti, come la  Trieste de “Lo stadio di Wimbledon” di Daniele Del Giudice, i rimandi cinematografici (Il sesto senso, The Others) a cui fanno eco  innesti di addetti ai lavori presenti e subito coinvolti da Chiara Valerio: Enrico Terrinoni, traduttore  di “Ulisse” di Joyce (Newton Compton, 2012) e Marcello Fois, autore di noir, che racconta di come con i defunti si possa intrattenere una comunicazione declinata al presente: dei morti non si parla al passato perché sono sempre con noi. Si parla di fantasmi e di ossessioni, letterarie e personali.
Fois ad esempio ci racconta del dialogo immaginario (ma lo sarà stato davvero immaginario poi?) di sua zia con Santa Rita. Dialogo che, quando andava in tilt, procurava un immediato rovesciamento a testa in giù sul comodino del quadretto della santa.
La presentazione ci incolla alla sedia, dall'inizio alla fine, animata dell'eloquio ritmico e coinvolgente di Chiara Valerio come quello di Vanna Vinci.
Passiamo dai fantasmi di carta a quelli personali cullata da una dialettica impeccabile, una grammatica italiana che suona come melodia, da Dracula ai Peanuts, il tutto provando una segreta invidia per la pin con simbolo apotropaico che Vanna Vinci ci mostra orgogliosa sotto la giacca in total black.
Sono le 12.30, fuori impazzano gli showcooking ma dentro la sala Futura l’atmosfera è divertita e sospesa. I posti in prima fila sono vuoti, ma sarà davvero così? Sono forse riservati ai fantasmi? Perché è chiaro che nella sala ci sono presenti e presenze.
L'incontro, da solo, vale interamente il biglietto della fiera (ndr pagato a prezzo pieno perché gli autori non risultano nell'elenco degli accreditati. L'unico modo per avere lo sconto di cinque euro era andare poi allo sportello con i propri testi, stile piazzista a dire qualcosa del tipo "Lei non sa chi sono io" Ma preferiamo di no, ed optiamo per il biglietto on line, a tariffa piena).
Uscite da lì, per non seguire la tentazione di tuffarci dentro uno showcooking , scegliamo di seguire Marcello Fois che al Caffè Garamond passando per il suo  Quasi Grazia di Einaudi ci presenta due nuovi scrittori Italiani Giuliano Tabacco (La Grande Mappa di Transeuropa) e Ida Amlesù (Perdutamente di Nottetempo). Usciamo con un desiderio di iscriverci ad almeno tre corsi di lingua a testa visto che la Amlesù, classe 1990, parla e legge in ben sette lingue diverse.
Finisce che compriamo un tramezzino, ci incantiamo allo stand di Asmodee che non pubblica libri ma giochi innovativi e originali come Dixit, gioco di carte con la narrazione al centro.
Miranda lo ha già io non ancora e allora per essere originale ne compro uno che stimola cervello, riflessi e memoria.
La sera al rientro mia figlia Chiara, classe 2007, mi straccia dieci a uno.
Per vendicarmi chiudo la scatola del gioco e inizio a raccontarle una storia di fantasmi...


lunedì 24 aprile 2017

Quasi quasi divento felice di Gaia Parenti #pscicogaia





C'è una domanda tra le pagine di Viola, vertigini e vaniglia che viene posta in tre momenti diversi della narrazione. E' una domanda a cui è difficile rispondere: Sei felice ?
Viola sceglie di arrabattarsi a modo suo.
Io, quando me lo chiedono, non so mai bene come rispondere.
Oscillo tra il desiderio di annuire, sfiorando casualmente il cornetto apotropaico tuffato nella borsa, o dissentire acciuffando un kleenex appallottolato per soffiarci dentro malumori e desideri al contrario.
Così ho voluto rilanciare il quesito alla mia psico-amica Gaia, che ha tutti i "ferri del mestiere" per scavare più a fondo e vedere che cosa viene fuori.
Ed ecco qui le sue riflessioni al profumo di benessere e violetta di Parma.
p.s E voi, lettori, siete felici? :)
Quasi quasi divento felice
di Gaia Parenti
In questo momento sono felice, per rispondere alla domanda che qualcuno di voi sicuramente starà digrignando a denti stretti, dopo aver letto il trafiletto scettico.
Perché sei felice?
Perché penso alle tre V – Viola, Vertigini e Vaniglia – e cerco di immaginare ad occhi chiusi, l’aspetto, il contatto, il profumo ed il gusto, con queste tre entità, e mi concentro solo ed esclusivamente su questo. Non penso più la bolletta che dovrò pagare domani, o alla fila che troverò fra un’ora in autostrada. A cosa mi servirebbe? A rovinarmi questo momento di autentica felicità mentre scrivo. Sto praticando decisamente un esercizio di mindfullness (pratica per superare i momenti di stress e gioire dei momenti quotidiani che sembrano inaspettati), e questo mi riempie di gioia, così come  Viola si diverte quando immagina storie su improbabili tacchini, nonostante il suo sogno sia un altro, ma non quello di essere “altro da sé”.  
Viola pratica esercizi di consapevolezza, anche se non lo sa 😊 .
E’ sempre distrattamente presente, senza mai perdere di vista l’obiettivo, anche se non ne fa la sua ossessione . Questa è  la felicità. Vivere esclusivamente il momento presente, portando la nostra attenzione e consapevolezza al “qui ed ora”. Chiedetevi questo: è funzionale vivere quello che potrebbe o che non potrebbe accaderci fra due ore? No. Non vi farebbe gustare questa lettura, oppure un’altra.  La felicità è una scelta, non troppo facile per i nostalgici dell’infelicità. E’ una terapia da ricercare, momento dopo momento. Si pensa di non averla eppure ce l’abbiamo tutti, e non costa che uno barattolo di concentrazione e allenamento. 
A me interessa la felicità, quando accade, e quando questo succede, viviamola e inganniamo l’infelicità sorniona.
A me interessa l’attimo di felicità di Viola che riesce a camminare per più di 5 minuti su un tacco 12, avendo superato un suo limite, non solo fisico, ma mentale. A me interessano Emma e Viola quando si parlano, si confidano e si “ascoltano”. Si comprendono, non fanno finta di sapere di cosa stanno parlando, perché sono presenti; partecipanti attive e divertenti della loro funambolesca amicizia.
Mi interessa sorridere perché tornando la sera a casa, nel frigorifero trovo due pomodori anziché uno (eppure ero convinta).
La felicità dunque, quando capita, e capita, facciamoci caso.
Prima parlavo di “ingannare l’infelicità” (possiamo anche tradirla in questo caso), perché mi veniva in mente lo stratagemma cinese che dice “attraversare il mare per ingannare il cielo”. Ciò che è familiare non desta la nostra attenzione e quindi, la nostra felicità. Ciò che si trova abitualmente sotto il nostro naso, non attira il nostro interesse, la nostra curiosità. E qui si cade in errore.
Ma vi svelo un rimedio veloce: mostriamo all’infelicità la nostra felicità soprattutto alla luce del sole. Abbozziamo un sorriso, assumiamo un portamento dignitoso anche davanti alle catastrofi quotidiane, alziamo gli occhi e respiriamo il profumo degli alberi di pesco e ciliegio, abbracciamo la nostra migliore amica, accarezziamo il gatto, assaporiamo la nostra miscela di caffè preferita, tocchiamo una saponetta profumata e percepiamone la forma, curiamo le nostre unghie, coccoliamoci con una tisana calda addolcita con il miele, danziamo con l'olfatto sulle note di una candela al profumo di vaniglia. La nostra infelicità non è abituata a lenire i cinque sensi. Non sa prendersi cura del nostro benessere. Proviamo noi al posto suo.
P.s. Per i più distratti c’è il piano B. Carta, penna e tanta volontà. Annotarsi il giorno, il motivo e la durata del momento felice. Vi accorgerete, che ci sono tanti, ma tanti piccoli e insostituibili momenti di felicità, durante la vostra settimana, che hanno un retrogusto dolcissimo, ma solo se vi ponete un’attenzione consapevole.  Il principio base è coerenza con sé stessi, accettazione delle realtà presente, superare e godere, con piccoli trucchi e oggetti (vedi sopra), il momento “qui e ora”, che può comportare angoscia momentanea.

Abbracciamo la felicità, quando arriva e mordiamola; Delicatamente ma con determinazione, come fanno le viole.


lunedì 17 aprile 2017

Danni permanenti ( e il gradito ritorno di Miranda Martino)

Eccoci qui a parlare di nuovo di capelli.
E a cedere la penna a chi dell'argomento se ne intende ovvero Miranda Martino che, dopo il post sui Solitari, torna ad impreziosire questo blog. 
Lettori e lettrici, togliete le mani dai capelli, mettetevi comodi e gustatevi "Danni Permanenti".
Dopo, se vi va, potete dirci che tipo siete voi.
Io, ad esempio, sono Altalena per definizione: guai a cambiare un solo capello dell'amatissimo e fedelissimo carré.
Pena: pentimento e rimpianto perpetuo.
Miranda, invece, è una Hellopatica. Cosa significa? Bè, lasciamolo raccontare a lei...




Testo di Miranda Martino
Foto di Alessandro Cortazzi

Primavera, periodo di rinnovamento: le foglie sui rami sono di un verde nuovo, inedito, il verde della vita emergente. I fiori entusiasti fanno bisboccio. Tutto riparte, usciamo da un periodo di letargia mentale, non potendo fruire di quella biologica. E in tutta questa prorompente rinascita io vorrei parlare di ricrescita. “Quella” ricrescita. La sottile linea bianca che corre sulla sommità del capo delle quaranteenager. La linea di mezzeria  della testa, il crinale che separa “giovane” da “giovanile”. La ricrescita manda fuori di testa anche le più equilibrate, che corrono ai ripari cospargendosi il capo di una pastella colorata. Tempo di posa variabile, risciacquo et voilà, come nuove.  La tinta è il rimedio inevitabile per una situazione che, ahimè, non si può controllare. Poi però si apre il mondo del taglio di capelli. Gli uomini: i capelli si tagliano quando sono troppo lunghi, i capelli si rasano quando iniziano a cadere. La donna: si relaziona alla sua chioma con intenti terapeutici. Ecco le tipologie di pazienti e il tipo di cura a cui si affidano.
L’omeopatica: tratta il male con lo stesso principio, la cura è a rilascio graduale, lenta ma inesorabile. Costei sceglie la permanente, che abbina fini estetici e culturali: durante i lunghi tempi di posa si può leggere La Recherche di Proust.
L’allopatica: la cura ha effetto immediato. Predilige l’aspirina dei cambi di look, il taglio netto, passando da Rapunzel a Soldato Jane in un battito di ciglia.
La fitoterapica:  “naturale” è il suo vessillo. Non colora mai i capelli. Molto di moda, tanto che ha alimentato una deriva tale per cui le ventenni si tingono i capelli di grigio.
Queste sono tre delle infinite sfumature sulla nuca che il mondo tricologico ci suggerisce.  Eccone altre.
L’altalena: a dispetto del nome giocoso oscilla in balia dell’indecisione. Si rivolge al coiffeur chiedendo un consiglio ma poi non si fida, si fa accompagnare da un’amica che però ascolta solo un po’. Accetta solo microscopici cambiamenti  nella lunghezza o nella forma di un taglio.
La recalcitrante: i capelli di questa donna vanno maneggiati con cura. Si reca dal parrucchiere quando, a furia di tagliarsi la frangia da sola, assomiglia a Jim Carrey in Scemo e più scemo oppure quando ha delle doppie punte grandi come rami di mangrovia. Entra nel salone e si nasconde dietro una poltroncina. Il consiglio per gli operatori del settore è: lasciatela fare, piano piano si abituerà all’odore di lacca e verrà fuori. Con gesti cauti fatele indossare la mantellina. Non proponete nulla! Riparate i danni evidenti e congedatela in fretta.
Poi ci sono le hellopatiche: io faccio parte di questa categoria, quelle che hanno salutato i capelli ormai da tempo. Non ce li ho.  Se voglio la frangetta devo tracciarla con il pennarello indelebile. C’è stato un tempo in cui avevo i capelli lunghi. C’è stato un tempo in cui ho addirittura fatto uno stage presso la redazione di una rivista specializzata per hair stilyst. Avevo il compito di descrivere i tagli in maniera originale. Allora non ero la mente eletta che avete di fronte adesso (oggi ho decisamente la fronte più alta). Allora ero un giovane e fresco virgulto della scrittura e ho prodotto cose di cui  non vado fiera. Vi confesso  solo un titolo, mettete un golfino perché vi verrà freddo: “Jungla metropolitana”. E giù tutto un discorrere intorno a un frisée scompigliato, una cotonatura selvaggia, dei colpi di sole estremi.  Ma questo succedeva almeno venti anni fa. E il gergo tricologico era molto diverso. Ancora si parlava di ciuffo, di tagli scalati, sfilati, con qualche deroga al francesismo con i carrè e le mèches. Ma qualcosa stava cambiando. L’ho capito il giorno che, in redazione ospitammo un hair stilyst. Ci portò in dono una sua invenzione: si trattava di rasoi montati su unghie posticce per fare i tagli sfilati. Questo emulo di Edward mani di forbice sì esibì in una performance indimenticabile, spennando come una gallina la modella che gli capitò tra gli artigli. Era l’inizio della fine. Solo oggi realizzo cosa è davvero successo . Dove sono i vecchi e rassicuranti bigodini? E tagli dai nomi normali?  Oggi bob, lob e wob stanno al caschetto come Qui, Quo e Qua stanno a Paperino. Bang! Non è un’espressione onomatopeica ma è la frangia. Il bun c’entra niente con il dialetto piemontese, è lo chignon. Pixie non indica una bassa risoluzione ma il taglio alla maschietto. E balayage, e shatush, e non trascuriamo il brushing né il camouflage.  Mi sono persa, certo sono fuori dal giro. Però delle sedute dal parrucchiere ricordo: il massaggio delle mani sulla testa durante lo shampoo, la spazzola morbida sulla nuca per togliere i capelli tagliati e lo specchio retrovisore, con cui il parrucchiere mi mostrava il taglio posteriore. E poi: il giorno in cui avevo l’appuntamento con il parrucchiere i capelli mi stavano benissimo, come per dispetto. Ma io vi ho amati, capelli caduti e accaduti. Continuerò ad aspettare il vostro ritorno. Forforever.

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