giovedì 20 luglio 2017

Decadance di Miranda Martino





Alzi la mano chi declina il proprio anno come fosse un anno scolastico. Presente! Per me tutto finisce il   31 /08. Capodanno è il primo di settembre mentre gli ultimi giorni di agosto segnano il momento del bilancio: la pesa dei mesi trascorsi, il ricordo di ciò che di buono c’è stato, l’accantonamento delle voci in negativo, il revival di una modalità infida eppure attraente, come una palude travestita da laghetto di montagna: la lista dei buoni propositi. Ora però siamo a luglio e non è ancora tempo di bilanci ma di bilancia. Chi è quella scamorza riflessa nel mio specchio? Chi è quello sharpei in mutande e reggiseno che mi fissa come se mi conoscesse? Sono io. Già. Un girovita mollemente terrazzato che neanche le Cinque Terre. Se è vero che “mens sana in corpore sano” dalle mie parti la comunicazione mente corpo è interrotta. È caduta la linea. Come recuperare? Mi ponevo questa domanda un giorno che, trascinandomi in un negozio di videogame, cercavo un gioco da regalare a mio figlio. Qui deve essere accaduto qualcosa di inspiegabile, un momentaneo calo di tensione dei neuroni. Al risveglio ero alla cassa con in mano una copia di “Just Dance”. So che molti di voi conoscono questo gioco della Play Station ma lo descriverò a beneficio di chi, come me, vive nelle tenebre tecnologiche. Ci si pone davanti allo schermo tenendo saldamente in mano una sorta di cono gelato luminoso. È un controller a sua volta collegato ad una webcam che rileva i vostri movimenti. A questo punto si sceglie un brano e si balla, possibilmente seguendo la figura guida sullo schermo e cercando di imbroccare i movimenti giusti. Se ci riuscite la consolle vi elogerà come un mamma inglese che commenta la pagella del figlio secchione: good! Perfect! Innocuo nevvero? No. Quello che pare un karaoke danzereccio è un sanguinario harakiri.
Ho acquistato “Just Dance” con due obiettivi:
a) divertirmi con mio figlio                                                                 b) dimagrire divertendomi.
Avete notato che ho declinato per ben due volte il verbo “divertirsi”? Quante aspettative disattese. Sì perché:
a) mio figlio non è interessato al ballo e, quando mi asseconda, vince tutte le sfide perché ha capito che basta muovere la mano che tiene il controller nel modo giusto per prendersi i complimenti della consolle e accumulare punti. Per cui, interno giorno: un adulto e un bambino davanti allo schermo. Musica a palla. L’adulto si dimena come preda di un rito sciamanico e non prende un movimento, il piccolo sta fermo e muove solo la mano che tiene il controller. A voi la deduzione sullo stato mentale di entrambi.
b) ballare così non fa perdere un etto. Garantito. Ci guadagnate però tutti i dolori articolari censiti dal Ministero della Sanità .
Chi me lo ha fatto fare?
1981: Heather Parisi e le sue “Cicale”: ricordo che guardavo questa Barbie animata cantare: “delle cicale ci cale ci cale ci cale… della formica invece non ci cale mica…” e provava ad imitare la sua coreografia, più facendo le smorfie con la faccia che eleganti gesti motori.
1987: “Dirty Dancing”. Baby. La fanciulla bruttina e legnosa che impara a ballare e conquista il bello del villaggio turistico. Baby sei stata la mia eroina, la rivincita delle simpatiche vs le strafighe, la rivalsa al grido di: “nessuno può mettere Baby in un angolo!!!” Eccheccazzo! (N.d.A).
Ma ciò che ha realmente cambiato la mia esistenza è stato il film “Flashdance”: la storia di una saldatrice ballerina. Ecco, io ho più o meno l’agilità della saldatrice. Spenta. Ah Jennifer Beals, quanto ti ho invidiata e adesso che mi dimeno senza neanche la dignità dei tuoi scaldamuscoli, mi sento come Nanni  Moretti in “Caro Diario”:
(…) in realtà il mio sogno è sempre stato quello di saper ballare bene. Flashdance si chiamava quel film che mi ha cambiato definitivamente la vita. Era  un film solo sul ballo. Saper ballare. E invece alla fine mi riduco sempre a guardare, che  è anche bello, però è tutta un’altra cosa. 
Ogni giorno indomita provo a superare i miei limiti fisici, imponendomi un rigido protocollo: zampettare da una piastrella all’altra, stillare sudore e paralizzarmi dal dolore. Dalle stille alle stalle. Acciaccata vedo le stelle, talvolta anche la luna e mi sovvien Leopardi: la vita è fatica e lui lo ha ben scritto, incastonato in un fisico che pareva una beffa.
Che fai tu, luna in ciel? dimmi, che fai, silenziosa luna?
(...) Ma tu mortal non sei, e forse del mio dir poco ti cale.                                                                                                   

Cicale Cicale Cicale.

Copyright Miranda Martino

sabato 1 luglio 2017

Il mito nella caverna. Ovvero, la coppia al cinema.


Ed ecco qui che, a grande richiesta torna a farci visita Massimino.
E ci racconta cosa pensano realmente i nostri compagni di vita (e di multisala) quando li costringiamo a sorbirsi in Full HD la visione dei nostri perduti sogniOrmai sbiaditi come le mutande (sempre le sue, per inconsapevole vendetta) al secondo lavaggio. Perché anche i tessuti come i cinema, si sa,  non sono più quelli di una volta. 
Gli agognati templi dell'amore, in cui senza passare dalla tortura del posto assegnato, ci si rifugiava nelle poltroncine in ultima fila, sfiorando il gusto del proibito e delle patatine al formaggio portate da casa. 
Ma solo il lunedì quando il biglietto costava meno. 
Lettori e lettrici, buio in sala e parola al Dé Gorgus.
Buona Visione!




Entrare con la fidanzata nella hall luccicante di un cinema multisala ti fa sentire per un attimo come se stessi per sposarti. Il mondo si sta schiudendo davanti con le sue infinite possibilità. Tu stai pensando al sesso. Lei all'amore. E alla fine ti tocca il film d'amore.

Eh sì, perché la scelta del film è stata l’ultima fase della negoziazione che si è scatenata nell’agone duale sin dal venerdì pomeriggio.
Quando già sai che alla fine lascerai a lei la scelta del titolo. Perché lei il film lo selezionerà sicuramente più intelligente del tuo. D’altra parte, di cosa potrebbe parlare con le colleghe il lunedì se accettasse la domenica sera di vedere il tuo Fast & Furious 8?

Il problema è di cosa possa parlare io coi colleghi quando m’è toccato sciropparmi La La Land. Meglio presentarmi in ufficio con gli occhiali scuri, dichiarando in stile politico un’uveite del fine settimana, con la speranza che nessuno mi abbia individuato nel multisala.

Ma è già il concetto di multisala che mi indispone. Voglio dire, da ragazzino, a Livorno, le sale erano tutte in centro. Si prendeva la bicicletta, si faceva il giro degli amici, si arrivava in 10 minuti sudati e contenti a vedere i film fantasy, o western. Ora a Livorno, la sera in centro, è rimasta l’ambientazione da film western: polvere, qualche ubriaco per strada e balle di rotolacampo che passano portate dal vento.

Perché ora i cinema delle città italiane sono fuori dalle città italiane, nelle zone degli orrendi centri commerciali. Dentro hanno colori sparati, l’odore di burro fuso e disinfettante nell'aria, tipo Autogrill, o mensa dell’ospedale.

E poi le casse. Tutte col display ansiogeno, quello che lampeggia il numero di posti rimanenti, in progressiva diminuzione. Che alla fine, nella sensazione di star perdendo l'ultima chance nella vita, ti vien voglia anche a te d'andare a vedere La La Land!

E allora, sgomitando, compri i due biglietti. Coi posti assegnati automaticamente: i migliori, computerizzati, indiscutibili. Per scoprire poi che dentro sei in una platea da 300 poltrone, e ci sono solo 7 coppie a sedere. Però tutte piazzate obbligatoriamente in fila, una davanti all'altra.

Così, dopo la pedata d’unghia d’alluce sullo scalino e l’imprecazione soffocata, ti sforzi per vedere al buio il numero sul biglietto. Finché non lo illumini con la torcia del telefono e lei ti scorge l’ultimo whatsapp che hai inviato agli amici prima d’entrare: “Che palle, m’è toccato andare a vedere La La Land!”.

E mentre lei ti guarda male, vi sedete al vostro posto, rigorosamente dietro l’ultima coppia, giusto in tempo per le pubblicità finali, quelle dei negozi e delle società di provincia.
Le réclame con l'immagine fissa, la belloccia truccata male, la scrittina verde con la partita IVA e la ragione sociale dell'attività: prima il cognome e poi il nome del proprietario.

Ma finalmente parte la musica e comincia il rutilante La La Land. E dopo due ore e un quarto, quando scorrono i titoli di coda e si riaccendono le luci, l'effetto è quello di essere sorpreso nell'intimità, di svegliarti nel tuo lettuccio con un mondo di estranei che ti guarda. Tenti di commentare qualcosa d’intelligente, fingendo d’esser stato sveglio. Ti alzi coi pantaloni sommersi dai popcorn che ti sei rovesciato addosso. Provi a riacciuffarne un paio belli grandi dall'incavo della poltrona, ma lei ti fulmina con lo sguardo

Così ti avvii all'uscita, che credi sia l'opposto dell'entrata. Eh no! Perché un tempo l'uscita, trionfale, era dalla stessa parte dell'ingresso. Ma con questi maledetti multisala sotterranei, siamo pedine di un processo industriale: esce uno, entra l'altro.

E allora dopo il film ti fanno salire in fila indiana dai bugigattoli, dalle scale della vergogna, dagli antri fetidi. Come se degli amici ti invitassero a casa e dopo averti offerto la cena, ti dicessero: "Vabbè, ora arrivano altri ospiti, ti spiace levarti di torno? Già che ci sei, pìgliati il sacchetto dell’umido. Passa pure di qua, dalle cantine".

Questa è l’uscita dal multisala. Quando hai finito di risalire dagli inferi, improvvisamente non si sa come ti ritrovi per strada in un angolo buio in mezzo ai bidoni della spazzatura, a 500 metri dall’ingresso del cinema.

E da lì riesci a scorgere a malapena la hall luccicante e il grande cartellone coloratissimo: “Imperdibile! Oggi Fast & Furious 8”.

Copyright  Massimino Dé Gorgus


Ecco dunque la sintesi del "Senso di Massimino per i Multisala".
A dire il vero qualcosa in proposito l'avevo scritto anche io. E lo potete leggere QUI.

E voi, invece, cosa ne pensate? Potete dire la vostra qui o su Twitter 
direttamente a Massimino @MDeGorgus e alla sottoscritta @violavertigini

Tanto, con questo caldo, non penserete mica di andare al cinema no? ;)


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