sabato 1 luglio 2017

Il mito nella caverna. Ovvero, la coppia al cinema.


Ed ecco qui che, a grande richiesta torna a farci visita Massimino.
E ci racconta cosa pensano realmente i nostri compagni di vita (e di multisala) quando li costringiamo a sorbirsi in Full HD la visione dei nostri perduti sogniOrmai sbiaditi come le mutande (sempre le sue, per inconsapevole vendetta) al secondo lavaggio. Perché anche i tessuti come i cinema, si sa,  non sono più quelli di una volta. 
Gli agognati templi dell'amore, in cui senza passare dalla tortura del posto assegnato, ci si rifugiava nelle poltroncine in ultima fila, sfiorando il gusto del proibito e delle patatine al formaggio portate da casa. 
Ma solo il lunedì quando il biglietto costava meno. 
Lettori e lettrici, buio in sala e parola al Dé Gorgus.
Buona Visione!




Entrare con la fidanzata nella hall luccicante di un cinema multisala ti fa sentire per un attimo come se stessi per sposarti. Il mondo si sta schiudendo davanti con le sue infinite possibilità. Tu stai pensando al sesso. Lei all'amore. E alla fine ti tocca il film d'amore.

Eh sì, perché la scelta del film è stata l’ultima fase della negoziazione che si è scatenata nell’agone duale sin dal venerdì pomeriggio.
Quando già sai che alla fine lascerai a lei la scelta del titolo. Perché lei il film lo selezionerà sicuramente più intelligente del tuo. D’altra parte, di cosa potrebbe parlare con le colleghe il lunedì se accettasse la domenica sera di vedere il tuo Fast & Furious 8?

Il problema è di cosa possa parlare io coi colleghi quando m’è toccato sciropparmi La La Land. Meglio presentarmi in ufficio con gli occhiali scuri, dichiarando in stile politico un’uveite del fine settimana, con la speranza che nessuno mi abbia individuato nel multisala.

Ma è già il concetto di multisala che mi indispone. Voglio dire, da ragazzino, a Livorno, le sale erano tutte in centro. Si prendeva la bicicletta, si faceva il giro degli amici, si arrivava in 10 minuti sudati e contenti a vedere i film fantasy, o western. Ora a Livorno, la sera in centro, è rimasta l’ambientazione da film western: polvere, qualche ubriaco per strada e balle di rotolacampo che passano portate dal vento.

Perché ora i cinema delle città italiane sono fuori dalle città italiane, nelle zone degli orrendi centri commerciali. Dentro hanno colori sparati, l’odore di burro fuso e disinfettante nell'aria, tipo Autogrill, o mensa dell’ospedale.

E poi le casse. Tutte col display ansiogeno, quello che lampeggia il numero di posti rimanenti, in progressiva diminuzione. Che alla fine, nella sensazione di star perdendo l'ultima chance nella vita, ti vien voglia anche a te d'andare a vedere La La Land!

E allora, sgomitando, compri i due biglietti. Coi posti assegnati automaticamente: i migliori, computerizzati, indiscutibili. Per scoprire poi che dentro sei in una platea da 300 poltrone, e ci sono solo 7 coppie a sedere. Però tutte piazzate obbligatoriamente in fila, una davanti all'altra.

Così, dopo la pedata d’unghia d’alluce sullo scalino e l’imprecazione soffocata, ti sforzi per vedere al buio il numero sul biglietto. Finché non lo illumini con la torcia del telefono e lei ti scorge l’ultimo whatsapp che hai inviato agli amici prima d’entrare: “Che palle, m’è toccato andare a vedere La La Land!”.

E mentre lei ti guarda male, vi sedete al vostro posto, rigorosamente dietro l’ultima coppia, giusto in tempo per le pubblicità finali, quelle dei negozi e delle società di provincia.
Le réclame con l'immagine fissa, la belloccia truccata male, la scrittina verde con la partita IVA e la ragione sociale dell'attività: prima il cognome e poi il nome del proprietario.

Ma finalmente parte la musica e comincia il rutilante La La Land. E dopo due ore e un quarto, quando scorrono i titoli di coda e si riaccendono le luci, l'effetto è quello di essere sorpreso nell'intimità, di svegliarti nel tuo lettuccio con un mondo di estranei che ti guarda. Tenti di commentare qualcosa d’intelligente, fingendo d’esser stato sveglio. Ti alzi coi pantaloni sommersi dai popcorn che ti sei rovesciato addosso. Provi a riacciuffarne un paio belli grandi dall'incavo della poltrona, ma lei ti fulmina con lo sguardo

Così ti avvii all'uscita, che credi sia l'opposto dell'entrata. Eh no! Perché un tempo l'uscita, trionfale, era dalla stessa parte dell'ingresso. Ma con questi maledetti multisala sotterranei, siamo pedine di un processo industriale: esce uno, entra l'altro.

E allora dopo il film ti fanno salire in fila indiana dai bugigattoli, dalle scale della vergogna, dagli antri fetidi. Come se degli amici ti invitassero a casa e dopo averti offerto la cena, ti dicessero: "Vabbè, ora arrivano altri ospiti, ti spiace levarti di torno? Già che ci sei, pìgliati il sacchetto dell’umido. Passa pure di qua, dalle cantine".

Questa è l’uscita dal multisala. Quando hai finito di risalire dagli inferi, improvvisamente non si sa come ti ritrovi per strada in un angolo buio in mezzo ai bidoni della spazzatura, a 500 metri dall’ingresso del cinema.

E da lì riesci a scorgere a malapena la hall luccicante e il grande cartellone coloratissimo: “Imperdibile! Oggi Fast & Furious 8”.

Copyright  Massimino Dé Gorgus


Ecco dunque la sintesi del "Senso di Massimino per i Multisala".
A dire il vero qualcosa in proposito l'avevo scritto anche io. E lo potete leggere QUI.

E voi, invece, cosa ne pensate? Potete dire la vostra qui o su Twitter 
direttamente a Massimino @MDeGorgus e alla sottoscritta @violavertigini

Tanto, con questo caldo, non penserete mica di andare al cinema no? ;)


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